Urge riforma pro-vino

E’ la settimana del Vinitaly, la più importante fiera vinicola italiana.

E’ la settimana del Vinitaly, la più importante fiera vinicola italiana e tra le più rappresentative del mondo. Qui si celebra il successo dell’enologia del nostro paese: nel 2014, mentre il pil si contraeva dell’1,9 per cento, il fatturato del vino made in Italy è cresciuto dell’1 per cento raggiungendo quota 9,4 miliardi. Più della metà delle vendite annue, cioè 5,1 miliardi, è consumata all’estero: Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna sul podio. Vanno fortissimo le bollicine italiane, prosecco e Franciacorta, che lo scorso anno hanno festeggiato lo storico sorpasso dello Champagne gallico: 320 milioni di bottiglie esportate contro le 307 dei francesi.

 

Un comparto appeso all’export che vuole raddoppiare le sue vendite oltreconfine entro il 2020. Un obiettivo da cinesi o da giapponesi degli anni Settanta. Se le aziende vinicole italiane avessero la possibilità di contare su una burocrazia degna dell’Eurozona quanto a qualità dei servizi resi, non avremmo alcun dubbio sul fatto che l’enologia italica nel breve termina sia in grado di consacrare la sua leadership come migliore esportatore vinicolo mondiale. Ma devono, come il resto del paese, fare i conti con una Pubblica amministrazione terzomondista e spesso colpita da retate della magistratura: l’ultima di alcuni alti dirigenti del ministero dell’Agricoltura risale al governo Monti. La burocrazia è la vera zavorra dell’Italia, quella che incatena il pil alla sua crescita anemica e insoddisfacente fatta di tanti zero virgola. La madre di tutte le rottamazioni di Matteo Renzi è proprio quella della organizzazione della macchina pubblica, l’unica riforma in grado di far decollare tutto. Anche l’export del vino.

 

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