Una scena di "Misery non deve morire", film del 1990 diretto da Rob Reiner, tratto dal romanzo di Stephen King (1987)

Dicono che quello scrive bene? Diffidate

Marco Archetti

La lingua si storpia, si torce, si ferisce e cicatrizza, rinasce, si reinventa, partecipa del proprio tempo e non sarà mai definitiva

Ogni volta che qualcuno mi consiglia con calore un libro argomentando che l’autore “scrive bene”, io che scrivo non capisco mai cosa significhi. O meglio, lo capisco sempre meno. Che un bravo scrittore sia uno che scrive bene è, in un certo senso, una tautologia, ma in fondo anche un ossimoro. Cosa vuol dire “scrivere bene”? In età non più tenera Julio Cortàzar si vantava di scriver sempre peggio, ossia di accettare le sfide della lingua con sempre minor schematismo e più coraggio, preda felice del gusto del tentativo e dell’eresia, in armi com’era contro l’idea che esistesse una lingua valida una volta per sempre e per tutte, eternamente riproducibile.

 

La lingua, contrariamente a quanto credono gli scrittori che la vetrificano o la impennacchiano, è mobile come la donna e la piuma al vento, e ci circonda sempre: negli autobus, sui libri, nei social, nei bar, nelle università. Non solo né muore né morirà, ma si ammala e si ammalerà mille volte a seconda del catastrofismo con cui la giudicheremo, e mille volte guarirà. La lingua si storpia, si torce, si ferisce e cicatrizza, rinasce, si reinventa, partecipa del proprio tempo e non sarà mai definitiva. I romanzi, per ragioni che da ciò derivano, non solo respirano e devono respirare, ma possono anche soffocare. E soffocano soprattutto quando sono blindati dentro scelte linguistiche operate separatamente dal contenuto, privati dell’ossigeno dell’opportunità narrativa, del senso profondo dell’alchimia. Scrivere è organizzare una partitura per orchestra, non far la somma degli assoli, e richiede una visione d’insieme, un orecchio vasto se non assoluto (gli dèi hanno qua e là gratificato qualche umano di questa prodigiosa disponibilità), oltreché una ferma capacità di scegliere. Ecco, sì: scrivere bene significa scegliere.

  

Eppure capita di leggere cattivi romanzi o cattivi libri, in cui la sensazione è quella opposta, cioè che l’autore si offra a una specie di deriva ilare di inanità, alla resa rispetto al proprio ruolo, soggiogato dal narcisismo dello stile e da scelte operate con la sola finalità di essere applaudito dalla sua vecchia maestra delle elementari che ancora vive in lui, nei recessi di qualche corpo cavernoso, elogiandone l’ossequio alle forme del temino e la magniloquenza da comiziante della pagina. Dirò di più: secondo me, raramente la capacità di persuasione di un romanzo ha a che vedere con la rigidità delle sue forme. La scrittura chiede continuamente di scegliere, di decidere e di mettere in discussione, non di profondersi vanamente. Di recente in un romanzo ho letto questo passo (assai più lungo della gamba): “Stiro la schiena premendo sull’arco lombare, faccio rotazioni tenendomi l’iliaco da dietro”.

 

Come mai non si è accorto, lo scrittore, che la sua bella frase era già finita con “stiro”, magari anteponendo un “mi”? Perché ha ritenuto che il lettore necessitasse di ulteriori specificazioni meccaniche? Questo è tirarla lunga assecondando un vezzo scolastico. Anni di maestre e professoresse che lo avranno invitato alla descrizione frondosa, alla ricchezza di dettagli e alla sovrabbondanza narrativa, e invece avrebbero dovuto dirgli solamente che scrivere bene è scrivere ciò che serve. E’ dunque l’economia, lo scriver bene? In buona parte sì, non me ne vogliano i neoromantici, ma è anche mille altre cose. Per esempio, Mark Twain diceva: “I personaggi di una storia devono essere vivi esclusi i cadaveri, e il lettore deve sempre riuscire a distinguere gli uni dagli altri”.

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