Il grande perito letterario Pontiggia

Col suo illuminismo democratico ha eluso sia gli esoterismi sia le mode editoriali, per puntare su un artigianato cordiale che implica l’accountability della parola

Il grande perito letterario Pontiggia

Giuseppe Pontiggia (foto LaPresse)

A inizio anni zero, con la morte di Giuseppe Pontiggia e Giovanni Raboni, l’Italia ha perso i suoi due più perfetti epigoni della cultura letteraria novecentesca, rispettivamente in prosa e in poesia. Entrambi erano lombardi ma non espressionisti – piuttosto manzoniani, moderati, eclettici; ed entrambi ci hanno regalato raffinati compendi critici sul loro secolo e sui classici. Di recente l’editore Belleville ha pubblicato sotto il titolo “Dentro la sera” alcune conversazioni “sullo scrivere” tenute da Pontiggia a Radio Due nel 1994. E qui si vede che l’autore di “Nati due volte” è stato anche un ottimo didatta. Con intelligenza, inizia subito distinguendo tra i laboratori di scrittura all’americana, che impongono surrettiziamente un modello fingendo si tratti di tecniche oggettive, e i suoi, che insegnano una “economicità dello stile” valida sia per lo scrittore più sobrio sia per il più barocco, perché come disse Proust l’acqua bolle a cento gradi, non a novantotto, e dato un qualunque contesto formale c’è sempre un unico modo esatto di dire una cosa, che si prevedano sette epiteti o uno soltanto. Economicità significa anche, classicamente, composizione gerarchica: quella assente in tanta narrativa di memoria, a differenza della “Recherche” priva di princìpi ordinatori, dove s’accumula una tale folla di zii e di nonni che a ogni pagina il lettore si chiede atterrito “se ci sono altri parenti”. Contro il senso di falsa onnipotenza creativa, favorito da un’arte che si serve dello stesso mezzo utilizzato nella comunicazione quotidiana, Pontiggia propone lo studio della retorica; mentre contro un uso frettoloso o estetizzante dei gerghi specialistici consiglia di sottoporli al rasoio di Occam del linguaggio comune. Molto godibili sono poi i brani sugli aggettivi (il bellico “tagliente”, lo sportivo “asciutto”), di cui come nelle “Sabbie immobili” invita a ricordare l’origine e l’inflazione, e le analisi sui nomi dei personaggi. Zeno calza a pennello, Cosini appare scialbo, Azzeccagarbugli fa un po’ sagoma da Corrierino: meglio il sordido, burocratico Pèttola di “Fermo e Lucia”. Leggendo “Dentro la sera” si pensa di continuo all’opera di Pontiggia, a quella scrittura attica e modulare che è a sua volta un saporito catalogo didattico. Figlio di Svevo e della neoavanguardia, della metaletteratura borgesiana in versione umoristica (Calvino) e in versione sinistramente o satiricamente filologica (Sciascia), Pontiggia è passato dal naturalismo degli esordi alla sperimentazione strutturalistica, dal romanzo affabile ma non midcult a una calibrata miscela di narrativa, autobiografia e saggio: e tutto il suo percorso sembra un vario e incessante tentativo flaubertiano di trovare l’accordo tra contenitori e contenuti. Se “L’arte della fuga” e i dialoghi sentenziosi dei romanzi si liberano negli aforismi, le strutture artificiose della “Grande sera” e dei gialli metafisici (comunque meno capziosi delle cacce all’uomo di Tabucchi e Del Giudice) si sciolgono felicemente nei caratteri delle “Vite di uomini non illustri” (meno macchiettistiche di quelle alla Celati). Pontiggia tende a spiegare troppo (“Sogno già i significati. Ma è un progresso?”) e a ridurre il mondo a una scacchiera su cui i personaggi giocano partite già giocate, amministrando con oculatezza archivistica perfino l’eros. In questo “lago morto” bibliofilo, in questo paesaggio a mezza via tra il dagherrotipo e la rarefatta magia bontempelliana, arriva a un tratto un imprevisto, di solito un tradimento – arriva, cioè, la vita che esclude molte delle mosse possibili in astratto: ma riesce appena a scalfirne la staticità irreale.

 

Artista forse minore, Pontiggia è stato però un grande “perito” letterario. Col suo illuminismo democratico ha eluso sia gli esoterismi sia le mode editoriali, per puntare su un artigianato cordiale che implica l’accountability della parola: “Il testo è una stratificazione di significati, di cui quello superficiale deve essere comunque intelligibile”. Raggiungere questa stratificazione è più difficile che scrivere oscuro, perché l’oscurità nasconde gli scarti e gli errori; così come avanzare caute proposte è più difficile che vivere nella negazione assoluta, rovescio meccanico dell’assoluta affermatività. Della sua lezione si può dire ciò che nel “Raggio d’ombra” pensa del suo amante la donna di Perego, araldica controfigura dell’autore: “Non era quello che le aveva dato di più, ma quello che l’aveva ingannata di meno. E questo, con il mutare dell’età, contava qualcosa. Sentiva che la parola ‘qualcosa’ era più vicina alla verità che ‘tutto’ o ‘niente’”.

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