Recensioni foglianti

Lenin sul treno

Catherine Merridale
Utet, 324 pp., 20 euro

Quando, alla fine di febbraio del 1917 (per il calendario occidentale è già marzo), lo zar abdica, le cancellerie occidentali vanno in fibrillazione: che sarà ora della partecipazione della Russia alla guerra che sta devastando l’Europa? Continuerà, come giurano il capo del governo provvisorio, il principe Georgij L’vov, e il suo ministro degli Esteri, Pavel Miljukov, convinto che l’annessione di Costantinopoli non sia altro che il ritorno a Mosca di ciò che le appartiene per diritto divino? O prevarrà la linea del soviet di Pietrogrado, potere alternativo, che esprime l’anelito dei milioni di contadini e di soldati e di operai e di donne russi ormai allo stremo, la pace al più presto, a qualunque condizione? La seconda ipotesi sarebbe per i tedeschi una festa e per gli anglo-francesi una iattura, perché permetterebbe al Kaiser di spostare milioni di soldati dal fronte orientale a quello francese, e ribalterebbe forse le sorti della guerra. Così, ciascuno gioca le sue carte. Gli inglesi mandano in Russia una vecchia gloria del comunismo russo in esilio, Georgij Plechanov, che “seppur marxista, riguardo alla guerra era un uomo affidabile, un patriota che ad altri socialisti poteva dire quale fosse il loro dovere”: proseguire la lotta contro i capitalisti tedeschi. Ma la missione di Plechanov è un fiasco. I tedeschi puntano invece su un avvocato di Pietroburgo, esule in Svizzera, al tempo voce abbastanza isolata nel dibattito del comunismo internazionale ma noto per la sua straordinaria energia, che alla notizia della caduta dello zar ha subito lanciato ai socialisti russi il suo appello, rivoluzione subito, pace al più presto: Vladimir Il’ic Ul’janov, Lenin. Così lo caricano su un “treno piombato”, gli fanno attraversare le zone di guerra e lo recapitano tra i piedi del malfermo governo russo, pacco-bomba destinato a esplodere di lì a poco, con le conseguenze che tutti conoscono. La storia, nelle sue linee generali, è notissima. Ma Catherine Merridale, specialista di storia russa, non si accontenta dei racconti abituali, e ripercorre il viaggio di Lenin verso la rivoluzione ora per ora. Emergono così i rischi, i dubbi e le incertezze che hanno circondato l’impresa; i maneggi diplomatici che l’hanno accompagnata; gli intrecci con personaggi più o meno loschi – tipi come Alexander Gel’fand detto Parvus o Jakob Fürstenberg, che mescolavano idealismo politico e concreti interessi economici – senza i quali il viaggio non si sarebbe potuto realizzare; i dettagli materiali – il treno non era affatto piombato, solo circondato da un servizio di sicurezza, in verità abbastanza lasco; le coincidenze che l’hanno favorito – su tutte, la risposta dell’imperturbabile Miljukov, nel frattempo spostato al dicastero della giustizia, il quale, avvertito dell’arrivo del pericoloso agitatore e invitato a bloccarlo alla frontiera, serafico risponde: “La Russia democratica non vieta l’ingresso ai suoi cittadini”. Vista da vicino, la storia non è il compiersi di un ineluttabile destino, ma l’imprevedibile risultato di innumerevoli scelte di più o meno lungimiranti individui.

 

LENIN SUL TRENO
Catherine Merridale
Utet, 324 pp., 20 euro

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