Galizia

Martin Pollack
Keller, 256 pp., 18 euro

Come scrive Martin Pollack in apertura, “per un’ironia della storia, il mondo che viene descritto in questo libro ha risvegliato l’interesse degli occidentali solo dopo la sua distruzione”. Tra Sette e Ottocento, la Galizia “era un mondo sconosciuto e lontano, si sapeva che vi regnavano sporcizia e povertà, alcolismo e analfabetismo, proprietari terrieri crudeli che trattavano i loro contadini come servi della gleba e picchiavano gli ebrei, e ottusi burocrati che oziavano e si riempivano le tasche”. Ma oggi, mentre “la regione è scomparsa dalle carte geografiche, il suo fascino è addirittura aumentato”. E Martin Pollack, austriaco, studioso appassionato di quel mondo tra Europa e Russia che un autore di fine Ottocento chiamava “Mezza Asia”, conduce il lettore in un viaggio nel tempo e nello spazio alla scoperta della vita e della cultura – insospettabilmente vivace – di quella terra intorno all’anno 1900. Nell’anno 1900, la Galizia e la Bucovina sono remote province dell’imperial-regia monarchia. Per un funzionario asburgico, essere trasferito in quelle regioni è una punizione. Si attraversano con strade ferrate dai nomi evocativi, la Carl-Ludwig Bahn, dal nome del fratello minore dell’imperatore Francesco Giuseppe, o la Erste ungarisch-galizische Eisenbahn, Prima ferrovia ungaro-galiziana. Conducono in città come Przemyśl, dove “c’erano due licei polacchi, uno ruteno, una scuola femminile rutena e una scuola militare di lingua tedesca, un vescovo cattolico romano (polacco) e uno cattolico di rito greco (ruteno), pastori evangelici (tedeschi) e rabbini ebrei”, dove “gli ufficiali erano padroni delle strade” e da dove Helene Rosenbach partì per studiare a Vienna con Sigmund Freud e per finire a fare la psicoanalista negli Stati Uniti, o come Stryj, con “una mezza dozzina di caffè in cui si trovavano giornali polacchi, ruteni, yiddisch, tedeschi e stranieri, e novantasei associazioni o organizzazioni benefiche per tutte le religioni, nazionalità, classi sociali presenti in quella cittadina di soli ventisettemila abitanti”. Da lì si poteva andare in “un villaggio galiziano qualsiasi. Da lontano – la descrizione è di Ivan Franko – appare pittoresco e delizioso. Avvicinandosi però si vede che le casette idilliache che spuntano qua e là in mezzo al verde in realtà sono baracche sporche, con il tetto in vecchia paglia mezza marcia, e spesso semidiroccate”. Da qui i contadini sognano di partire per l’America, dove – si dice – l’arciduca Rodolfo è andato a stabilirsi – non è vero che è morto a Mayerling – per fondare nel lontano Brasile un regno da popolare con i suoi amati ruteni. E così via: tra cronache di quotidiani dell’epoca, poesie di glorie locali, pagine di autori che hanno raggiunto una fama universale –- primi fra tutti Joseph Roth e Bruno Schulz (per tacere di Paul Celan) –, Pollack fa rivivere “un luogo letterario indimenticabile, in cui, al di là di tutti gli eccidi e i conflitti, si era giunti a una feconda interazione fra popoli e culture”. 

 

GALIZIA
Martin Pollack
Keller, 256 pp., 18 euro

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