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Tutto questo melodramma per la Confederation Cup è un po’ sprecato

E' finito il torneo meno emozionante in circolazione

L’agonia è finita con la vittoria del nemico. Pazienza, ci si rifarà. Il dato che lenisce le pene è che il torneo meno emozionante in circolazione – se la gioca con una coda alle poste e un Roma-Pisa sul regionale – è finito. Ieri sera il Brasile ha lasciato credere agli Stati Uniti di essere una potenza a tutto tondo, ma lo sbarco in Sudafrica ha iniziato a scricchiolare quando negli spogliatoi Kakà ha dato prova di aver letto i giornali dell’ultimo anno e mezzo dicendo ai compagni: “Yes, we can”. Che poi voleva dire: “Questi non sanno manco fare gli stop, va bene che è il torneo della parrocchia ma mo’ basta, famo i seri”.
In effetti di questo si trattava: il primo gol degli Stati Uniti sarebbe stato una meraviglia se l’attaccante non avesse arrangiato un colpo enormemente più scarso di quello che aveva in mente; stesso discorso per il raddoppio, propiziato da uno stop sbagliato mascherato da dribbling. A quel punto il Brasile ha fatto quello che doveva, e le cose sono tornate nell’alveo della giustizia. Sarà contento l’analista neocon Gary Schmidt che qui aveva messo in croce il soccer perché i risultati delle partite non rispecchiano i valori espressi dalle squadre (anche se qui cerca malamente di riparare per non fare la figura del menagramo che gode se la squadra del suo paese perde in finale). In sostanza non sempre vince chi se lo merita, cosa che per l’Europa è segno di sommo amore, mentre in America va a ledere i sacri principi del puritanesimo militante. Poco male, il Brasile ha vinto e si è portato a casa – oltre alla versione cheap della coppa del mondo – un sacco di trofei collaterali: miglior marcatore (Luis Fabiano), miglior giocatore (Kakà), migliore interprete dei buoni sentimenti su un campo di calcio (a sorpresa Lucio, noto macellaio). Il quale Lucio, fra l’altro, è stato il sacerdote del rituale della vittoria, guidando la preghiera (urlata in ginocchio, con gli uomini di Dunga disposti a cuore, molti piangevano pure) con cui il Brasile ha ringraziato per la splendida vittoria. Non si può dire che lo sport non abbia vinto, ma forse tutto questo melodramma per la Confederation Cup è un po’ sprecato. I sorrisi, l’entusiasmo, quelle maledette trombe di sottofondo che preparano all’invasione degli ultracorpi: c’è qualcosa di posticcio in tutto questo. E l’apice del grottesco si raggiunge quando la pasticciona regia dalla Rai indugia su uno spettatore che regge un cartello. Sull'umile cartone campeggia una scritta nera: “Grazie Blatter”.

di Mattia Ferraresi

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