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Espulso Mou? Ma va, è stata una trionfale uscita di scena

Prosegue la cura Mourinho al pallosissimo pianeta calcio italiano. Anzi all’Italia in quanto tale. Persino Beppe Baresi, che per tutta la vita è stato buono e taciturno come un fratello sfortunato (giocava nell’Inter…) di Franco Baresi, è diventato tutto d’un tratto arguto come un cabarettista da tribuna vip e dopo la partita di domenica sera con la Fiorentina si è presentato in conferenza stampa sprizzando ironia: “L’arbitro l’ha cacciato anche dalle interviste”. Miracoli del Motivatore Speciale, che ancora non avrà cambiato carattere all’Inter, ma almeno al suo vice sì.

Domenica sera, insomma, è stato ancora una volta un magnifico spettacolo. Se non proprio in campo – dove i reduci di Manchester tiravano la carretta del campionato dando l’impressione di non saper bene che farsene della loro strapotenza nei confronti dei viola di Toscana – almeno lì a bordo campo: dove lo spazio tecnico disegnato per terra davanti alla panchina dell’Inter basta a mala pena come palcoscenico di José Mourinho, il mattatore di Setúbal. E infatti, offrendo il suo soprabito nero al vento come fosse il mantello di Zorro, dalle parti del novantesimo minuto, dopo un fallaccio contro uno dei suoi ragazzi non adeguatamente sanzionato, Mourinho è saltato quasi in campo, agitando le braccia come mulini a vento e mitragliando l’arbitro con parole che purtroppo dalla tribuna il pubblico non ha potuto cogliere. Ma che gli sarebbero piaciute assai, almeno a quello di parte intervista, visto che non sono piaciute proprio per niente al signor Daniele Orsato da Recoaro Terme, che con una mano ha estratto il cartellino rosso e ha disegnato con l’altra un gesto non particolarmente plateale (zero titoli in tecnica dello spettacolo, questo Orsato) ma di significato eloquente. In pratica, era un “fuori dai piedi, e anche in fretta”. Mourinho ha sghignazzato, sparato una raffica di altre parole e probabili sfottò, ha saltellato avanti e indietro come una rockstar a fine concerto e poi se n’è andato. Sdegnato. Mentre tutto San Siro si alzava in piedi (tranne quelli della Fiorentina, va da sé, e gli eventuali parenti di Marino Bartoletti) in una splendida e spontanea coreografia di applausi e cori: “José Mourinho lalla-la-là”.

Il solito trionfo. Anche se al mister della Fiorentina, l’onesto Cesare Prandelli, gli è sembrato tutto un complotto: “Mourinho ha fatto la sceneggiata, e qualcuno ha abboccato”. Ha abboccato chi, l’arbitro? Ma se l’ha cacciato! Tutto possono dire dell’Amourinho Nostro, tranne che sia anche un masochista. Altro che sceneggiata, qui è puro spettacolo. Trionfo di un modo di fare e comunicare che trasforma anche un piccolo episodio di nervosismo alla fine di una partita non fantastica in argomento di cui si discuterà per un paio di giorni almeno. Esattamente come per le ventiquattr’ore prima della partita non s’era parlato d’altro che della conferenza stampa in cui Mourinho aveva dato dimostrazione di come si metabolizza psicologicamente una sconfitta passando un’altra volta dalla parte dello Speciale: “Lei ha paragonato Ibrahimovic a Messi, dicendo che potrebbe vincere il Pallone d’oro. Ma alla luce della partita di Manchester, che cosa manca a Ibra?”. Mou ha guardato il cronistaccio reo di tanta bassezza e l’ha fulminato con occhi di brace: “Non mi piace la tua domanda”, ha sentenziato. E non ha risposto. Invece ha risposto a un’altra domanda, che cercava di blandirlo contropelo sulla “vittoria morale” ottenuta all’Old Trafford: “Vittoria morale è vocabolario di chi perde spesso, e non è il nostro caso. Caratteristica di chi vince spesso, dopo una sconfitta, non è di avere paura ma di trasformare la sua tristezza in energia positiva”. Lezioni di autostima.

di Maurizio Crippa

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