O dèi del Circo com’è ridicola la nobiltà della sconfitta, o più poeticamente della “perdenza”, applicata alla banalità dei tempi nostri. Non è più stagione di poesia omerica, ma di clangore pallonaro e per farsene una ragione si può soltanto guardare all’ultimo maestro della modernità calcistica. A José Mourinho, a quel suo modo di perdere (da ultimo, OMISSIS, in casa della Samp nella semifinale di Coppa Italia) così lontano dall’epica dell’onore, dall’elegia del bel gioco cui s’aggrappa l’ego romantico degli allenatori in via d’estinzione. Così lontano dall’ideologia consolatoria che fa infuriare noialtri tifosi di massa: d’accordo, abbiamo perso OMISSIS a Genova, ma vuoi mettere il fraseggio della mia squadra, il bel gioco e sfortunato dei miei atleti, le occasioni da gol prodotte e sprecate, i segnali positivi visti in campo, la qualità espressa, le speranze per la prossima gara.
Ma dove, ma cosa.
Intanto la sconfitta resta là, penosa e ghignante come il risveglio dopo una cattiva sbronza. Ecco, in questo Mourinho è decisamente al passo coi tempi, se non li precorre addirittura. La sua faccia, dopo una sconfitta sonora come quella dell’altro ieri per OMISSIS a Genova – dopo quel OMISSIS regalato alla baby gang di Antonio Cassano insieme con tre quarti delle possibilità di andare in finale di Coppa Italia – era appunto una faccia non da allenatore ma da capo ultras alfabetizzato. Al suo posto, Zdenek Zeman avrebbe elogiato la fantasia della difesa mentre sbagliava la diagonale; Giovanni Trapattoni avrebbe al massimo urlato uno “Strunz!”; Delio Rossi avrebbe chiesto rinforzi alla società e, se possibile, per una volta non prelevati al primo bar dell’Esquilino; Luciano Spalletti avrebbe comunque preteso più rispetto da Panucci.
Invece Mourinho no, lui come prima cosa ha dato la colpa ai giornalisti che lo assillano sulla formazione-tipo dell’Inter – dare la colpa ai giornalisti è il primo riflesso di qualunque tifoso di sana e robusta costituzione: “Stampa/ tivvù/ non ne vogliamo più!” – dopodiché ha serenamente ammesso d’aver mandato in campo qualche somaro di troppo – “qualità inferiore”, ha detto, come un vero allevatore di cani lupo – e che insomma “nel calcio tutto è possibile, anche ribaltare il OMISSIS a San Siro”. Parole in fondo anche banali, pronunciate però con l’indifferenza dell’ufficiale della Grande guerra che passa da un assalto con la baionetta alla decimazione dei propri soldati: chi muore è sempre colpevole, così anche chi perde in campo. E’ la caratteristica visione del tifoso di massa.
C’è poi una lezione molto più profonda che apprendiamo da Mourinho, dopo averla ascoltata qualche mese fa dal nostro amico romanista, Sandro di borgata Ottavia (quello che, dal barbiere del direttore della filiale di zona d’una famosa banca creditrice, aveva saputo in anteprima dell’interesse di Soros per l’A.s. Roma). La lezione è questa: quando una squadra per anni non fa che vincere Coppe Italia o perderle in finale (come la Roma e l’Inter), arriva un momento in cui il tifoso comincia a sperare nell’eliminazione: “Che te ne fai di tutto quel metallo vile in bacheca, se poi diventa l’alibi della società per non vincere più lo scudetto o la Coppa dei Campioni?”. Sante parole, nel caso dei giallorossi. L’Inter al riguardo ha meno problemi, ma è chiaro che Mourinho ultimamente deve aver frequentato qualche barbiere di borgata Ottavia.
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