A Roma non c’è stato nemmeno il tempo di festeggiare a dovere la coppetta Italia che rieccoci tutti a dire: Soros! Soros! Soros! Chi lo dice come un lamento per una malattia che sta tornando proprio mentre sembrava debellata. Chi al contrario pronuncia quelle parole come una litania di speranza per un futuro migliore. O anche soltanto per un futuro, visti i debiti che affliggono la l’A. S. Roma.
E intanto si moltiplicano le leggende metropolitane. Qualcuno racconta con voce flebile che sia in arrivo l’ennesima sòla. Altri aggiunge che sia un complotto delle demoplutocrazie massonico-giudaiche. Altri ancora puntualizza orgoglioso vantando che, per quanto saremo ricchi, l’anno prossimo potremo perfino comprarci Roberto Mancini e toglierci lo sfizio di fargli fare la guardia giurata a Trigoria.
Ma leggenda più bella è quella discesa dalla rubrica immaginaria (e molto romana) intitolata “Io l’avevo detto”. In questo esercizio ci si distingue particolarmente nella Borgata Ottavia. Perché lì lavora un barbiere dalla favella lunga il cui cognato, impiegato in banca, mesi fa gli giurò d’aver dovuto raggruppare alcuni documenti della famiglia Sensi; cioè le carte che di regola bisogna esibire e compilare quando si vendono le grosse proprietà. Il campionato non era ancora concluso e, tra una sforbiciata e un tiro di sigaretta, il barbiere l’aveva davvero detto: “E’ fatta, Soros si sta comprando la Roma”. Salvezza o condanna che sia, il barbiere non sbaglia mai. Fino alla prossima.
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