Lo scudetto è rimasto sulle maglie nerazzurre. Si sa come e s’intuisce che diversamente non poteva essere. La Roma esce da questa stagione con un’immagine più simpatica e tenace rispetto all’Inter (oltretutto è riuscita a non far retrocedere il Catania), ma il tricolore è andato a chi se lo meritava di più. Punto.
Accapo, però, resta un ultimo tratto di strada da onorare. La finale di coppa Italia, partita secca all’Olimpico di Roma, con la possibilità di confermare il tondino tricolore sulle maglie giallorosse. L’Inter verrà qui ubriaca di sé per una vittoria più grande goduta fino in fondo. Ma speriamo che Moratti esorti Mancini a schierare le prime file e non i pischelli, come in un primo (e un po’ scemo) momento aveva adombrato. Non basterà una finale di coppa a certificare che la Roma è la squadra più bella e forte d’Italia; che in campionato mancò la fortuna ma non il valore; che dopo Caporetto vengono il Piave e Vittorio Veneto. E così via. Però rivincerla, quella coppa, aiuterebbe a ricominciare con una certa saldezza d’animo. Un ultimo sforzo, dunque, che sia vero e gagliardo da parte di entrambe le squadre. Non un’ordalia, ma un poco di verità in più.
Ps. Nel venerdì che precedeva l’ultima di campionato, il legittimo titolare di questa rubrica aveva preso le sorti insieme con il valoroso suo amico Sandro di Borgata Ottavia. Lo aveva fatto interrogando una Silvia: “Sì o no?”. “No, ma se succede…”. In quel “se succede” era il verdetto del primo tempo: Roma campione. Ma era chiaro che il “No” iniziale avrebbe fatto premio su ogni illusione.
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