Non basta che sia femmina, la nuova eroina deve essere anche lesbica

Niente remake di Xena: senza riferimenti lgbt la storia non regge

Non basta che sia femmina, la nuova eroina deve essere anche lesbica

E’ufficiale: Xena, principessa guerriera non diventerà un reboot. Niente revival, prequel, sequel. “Non c’è ragione di far rivivere Xena se non per raccontare una relazione che negli anni Novanta poteva trasparire solo in modo implicito”, aveva detto qualche mese fa l’autore Javier Grillo Marxuach (Lost, The 100), spiegando le “incompatibilità artistiche” che lo avevano spinto ad abbandonare il progetto e riferendosi alla relazione lesbica di Xena e la sua amica Olimpia. La Nbc Entertainement aveva provato a tenere unita la produzione, ma invano: mercoledì la presidente Jennifer Salke ha reso nota la defezione, senza escludere che in futuro le cose possano cambiare. Il soggetto pervenuto era, secondo Salke, “insufficiente”. Espunto l’amore tra Xena e Olimpia, quindi, gli autori arrivati dopo Marxuach non hanno saputo dar sangue alle nuove avventure della principessa guerriera che, negli anni Novanta (precisamente, dal 1995 al 2001, 137 episodi replicati e idolatrati per oltre un decennio), ha appassionato il mondo, infervorato i classicisti, anticipato l’anti canone della principessa che salva anziché farsi salvare e non lo fa da crocerossina, ma da guerriera. Xena l’amazzone, l’arciera, l’amica/nemica degli dèi, la prima favola per bambine ribelli, quando le bambine ribelli non erano un target, né la clientela di un brand e (almeno in Italia) guardavano Xena su Italia 1 e Canale 5, dopo Candy Candy. Xena, the warriorprincess nacque come spin off della serie Hercules (biblico, no?) e, in pochissimo tempo, non solo la pensionò, ma ne fece antiquariato: è di citazioni di Xena che sono piene le sceneggiature dei telefilm coevi più di successo, è lei a sedere nell’Olimpo delle icone di quegli anni, fu lei a tramandare la mitologia greca (anche se con parecchie imprecisioni) ai millennial ed è lei che è arrivata fino a noi, intatta e indocile.

  

Qualche mese fa, mentre il successo del film Wonder Woman, al cinema, entusiasmava per la sua intonazione perfetta di femminile a femminismo, in molti ricordavano che la prima, vera, insostituibile amazzone, eroina femminile, femminista, femmina era Xena e che i tempi per scongelarla fossero ormai maturi. La Wonder Woman che abbiamo visto al cinema portava i segni del femminismo rabbonito per farsi universale, #genderfree e pol. corr., assieme a quelli di una scrittura dei supereroi che, negli ultimi anni, degli stessi ha voluto sottolineare limiti, debolezze, umanità. Xena, invece, era implacabile. Non si sarebbe mai sognata di andare in battaglia urlando “Credo nell’amore”, di mostrarsi vulnerabile, di rivelarsi accomodante, sorridente, addomesticabile. I fan che, negli ultimi due anni, hanno chiesto che l’attrice protagonista rimanesse Lucy Lawless, ambientalista e attivista per i diritti lgbt, avevano sete di questo e non di un Harmony omosessuale con sfondo fantasy mitologico. La Nbc non ha censurato l’esplicitazione del rapporto lesbico tra Xena e Olimpia, quanto l’idea, che era di Marxuach, di farne la trama e il senso del reboot e forzando Xena nei panni di un’amante. Nel telefilm originale, gli autori scelsero di velare i gusti sessuali di Xena non solo perché erano gli anni Novanta e non si riteneva ancora che l’emancipazione passasse per la rappresentazione (anzi, un briciolo di lucidità consentiva di intravvedere, in quel processo, il pericolo di omologazione), ma pure perché l’ambiguità arricchiva il personaggio e consentiva l’impermeabilità del suo destino alle questioni di cuore, avendo Xena un compito preciso: salvare il mondo. Furono i fan a decidere che Xena era lesbica, a pronunciare la parola definitiva di quella che, in linguaggio tecnico, si chiama “fan fiction” (la storia scritta/riscritta dai fan). A quei fan, Marxuach voleva offrire un pacchetto, una Xena incatenata a un target: gli è stato impedito. Quando si dice un lieto fine.

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