La Rai degli ipocriti

Che sia incasinata lo sappiamo tutti, ma che sia un ente censorio e pauperista, questa è buona

La Rai degli ipocriti

Terribile, Fiorello vuol dire quel che pensa e in Rai dice che non può, e pensare che Fiorello vale per il suo modo di dire del tutto spensierato; Diego Bianchi fa informazione libertario-alternativa-cazzeggiante e in Rai non può, ma non sembra proprio, coccolato amabilmente come fu su RaiTre; Fazio saluta e minaccia di andarsene in dissenso perché ci sono questioni surreali sul tetto dei compensi, ma vedrete che riemergerà il tema meno scabroso per lui delle “intromissioni”, l’invisibile censura aziendale. Ora, che la Rai sia incasinata lo sappiamo tutti, ma che davvero sia un ente censorio e pauperista, questa è buona. Eppure la solfa si ripete, Urbano Cairo incassa le star e fa palinsesto su La7, e l’emittente televisiva “dello stato” (questa è grossa), del Parlamento (questa è notevole), dei partiti (questa è un’ovvietà, date le due precedenti) si fa la fama arcigna di ministero senza qualità. Eppure. Eppure la Rai ha incubato il meglio e il peggio dei linguaggi in dissenso, che spesso si sono espressi vuoi in carognaggine ribalda antipotere vuoi in tenerezza affettiva ben pasciuta vuoi in exploit clamorosi dello spettacolo, della performing art da Celentano a Santoro, con tanto di giornalisti travestiti da artisti al momento della busta paga (quorum ego) e artisti travestiti da giornalisti nelle arene dell’intrattenimento che sono il vitalizio dell’antivitalizio.

 

Che pasticcio. La Rai è un travesti, è il burlesque del mercato, tutti fanno un giro, un doppio giro, incantano ed eccitano immani platee dette di servizio pubblico, poi se ne vanno a lavorare da un’altra parte su sfondo di dissenso, di rivolta, di intolleranza dei limiti della libertà di espressione. Numeri decisamente acrobatici. E chi paga la Rai con la bolletta dell’energia dovrebbe bere questa enormità, questa recita maschile in abiti femminili o l’opposto. Si contano sulle dita di una mano coloro che hanno ammesso l’esistenza di un mercato e la libertà contrattuale esercitata di diritto con il passaggio ad altro, sereni, tranquilli, un fenomeno di cui la Rai è parte come tutto il resto del sistema televisivo, anche quello che si paga con gli spot, magari a interruzione dei film, ché non si spezza una storia non s’interrompe un’emozione ma non esiste un pasto gratis.

 

D’altra parte, tutto nasce dal carattere ibrido dell’ex Eiar. E’ un mostro in permanente evoluzione, un colosso pedagogico di cui di volta in volta si dice non a torto che ha insegnato agli italiani a parlare la loro lingua nazionale e ha permesso che disimparassero tutto quel che avevano appreso. E’ un gigante del va’ e vieni tra il basso e l’alto, si permette di tutto, dall’alta divulgazione edificante di Piero Angela alle domeniche pescivendole e sbraitanti dell’anchor-beast di turno. Insiste a fornire un’informazione piuttosto completa, ma non è la Bbc, il suo telegiornalismo attinge a livelli inauditi di sputtanamento quando dovrebbe essere coperto non dico da prestigio, questo forse sarebbe troppo, ma da apprezzamento professionale per oggettività e temperanza. E al posto del talkame da sbarco i palinsesti non sanno più cosa mettere.

 

La Rai fa un po’ pena. Sarebbe il suo momento, con il ritorno della proporzionale e dei governi e delle crisi di governo da Repubblica parlamentare, in più con lo sbarramento al 5 per cento che potrebbe perfino far funzionare la baracca, e invece la prendono a schiaffi senza pietà. Dicono tutti tutto quello che gli passa per la testa, senza nemmeno star tanto a pensarci, ma affermano categoricamente che la libertà è altrove. E’ veramente spiacevole, ci vorrebbe un po’ più di tatto con questa grande berceuse che ha mandato gli italiani soddisfatti a letto con Carosello e la signorina buonasera, poi li ha fatti scannare con il giornalismo e il teatro di denuncia, e sempre li ha lasciati liberi di azzeccarla e di sbagliare, disegnando splendide carriere e gorgheggiando nel mercato con il canone e la bolletta, senza prendersi grandi responsabilità. Un ente censorio che limita la libertà degli artisti, ma via.

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Commenti all'articolo

  • walterd

    09 Giugno 2017 - 14:02

    Gli italiani non conoscono le TV straniere .... con un modestissimo canone hanno servizi di ottima qualità', una pubblicità' controllata e regolamentata. In USA (dove vivo) uno show di 20 minuti dura 45 minuti. Le interruzioni pubblicitarie non sono regolamentate, passa di tutto, soprattutto disgustose pubblicità' su malattie e problemi di salute che spesso esistono solo nella science fiction. E tutto cio' pagando minimo 150$ al mese !!! Altro che il canone RAI.

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    06 Giugno 2017 - 17:05

    La RAI è casinista. “[…] fa un po’ pena […] e invece la prendono a schiaffi senza pietà. Dicono tutti tutto quello che gli passa per la testa, senza nemmeno star tanto a pensarci, ma affermano categoricamente che la libertà è altrove […] Ma dai!”. Condivido la benevolenza fuori dal coro del direttore emerito. E confido che, prima o poi, oltre che alla RAI, la concederà anche a Donald Trump. “Casinista” lo è di certo. Ma in pochi giorni ha rispedito al mittente le buffonate sul clima ed ha - in chiave anti ISIS - sparigliato la farlocchia politica mediorentale obamiama (che puntava tutto sulle “primavere arabe”) con la mossa sul Qatar - che piace sia ai paesi sunniti del Golfo sia agli israeliani (ed un po’ meno alla Turchia, credo) - e che il sole 24 ore ha così commentato: un successo, personale e politico. Non male per l’impostore buffone, no? E dai!

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