Ma Twin Peaks, alla fine, è ossessione o boiata pazzesca?

Nel 1990 quello di Laura Palmer è stato il cadavere più visto in televisione. Ora ritorna la terza stagione della serie che si è guadagnata prestigio rifacendo Dallas in stile arty. Sarà un capolavoro o una delusione?

Ma Twin Peaks, alla fine, è ossessione o boiata pazzesca?

Il settantesimo del festival del cinema di Cannes forse no, ma il venticinquesimo di Twin Peaks lo aspettavamo tutti. Difficile dire se la terza stagione (in onda su Sky Atlantic venerdì 26 maggio alle 21.15, nonostante le prime due puntate siano state trasmesse questa notte in lingua originale in contemporanea con l'uscita americana) sarà un capolavoro o una delusione. Oggi nessuna serie con una seconda stagione scarsa viene rinnovata, ad eccezione di Twin Peaks che ormai si trova tra il mito e il cimelio. 

 

Nel 1990 Laura Palmer diventava il cadavere più visto in televisione, con una puntata pilota da 34 milioni di spettatori, numeri di quando ancora non esisteva la sovrabbondanza. Venticinque anni, innumerevoli repliche e infinite tesine del Dams dopo Twin Peaks è oggi un cult. Tanto cult che quella drama queen di Lynch è riuscita a strappare a Showtime un prezzo adeguato per l'incomodo. Ne abbiamo avuto prova quando ha twittato a milioni di orfanelli “vorrei tanto darvi la terza stagione, ma non mi danno abbastanza soldi”. Per amor dell'arte, la terza stagione arriverà venerdì (per i più smanettoni un po' in anticipo: vuoi mettere il piacere di vederla cinque minuti prima di tutti gli altri?). E se ne parla ovunque, anche al Salone del libro di Torino c’era un altarino a Laura Palmer che ne certificava la nobilitazione culturale.


Kyle MacLachlan con David Lynch


Proprio come i gufi, le serie tv non sono quello che sembrano. Twin Peaks è la più culturalmente rilevante della Golden Age televisiva contemporanea, o di quando ancora usavamo l’etichetta quality per distinguerla da tutto il resto, ma si è guadagnata prestigio rifacendo Dallas in stile arty. La scena in cui i compagni di classe della plastificata Laura Palmer apprendono della sua morte è una sequela di musiche melodrammatiche, sguardi, singhiozzi. Poi arriveranno gli intrecci amorosi: Ed Hurley che sposa Nadine per ripicca verso la fidanzata del liceo che lo ha tradito e che lui continua segretamente ad amare, Norma Jennings, la quale serve caffè a quarant’anni; così Ed si ritrova sposato alla moglie sguercia ossessionata dalle tende e noi abbiamo il nostro amore non corrisposto. Arriveranno l’agente Dale Cooper che registra appunti su cassetta a Diane, una segretaria immaginaria. Arriveranno le studentesse impenitenti, i bordelli, l’esoterismo, la donna col ceppo. Arriverà Bob. (Non siamo più riusciti a guardare un uomo coi capelli lunghi e sporchi senza immaginarcelo uscire ghignando da sotto al letto: altro che IT). E ci scorderemo di Laura e di chi l'ha uccisa.

Il segreto (di marketing?) di Laura Palmer, già virale in tempi non virali

Il tormentone da “Twin peaks” a “1992” e il no di Lynch. Era talmente virale, quel “Chi ha ucciso Laura Palmer?”, nel 1990-91, nonostante non fossero tempi virali, che adesso, venticinque anni dopo, gli ex fan ormai informatizzati della serie tv culto “Twin peaks” sono scattati all’unisono sull’attenti.

Ormai l'aggettivo lynchano è diventato genere non solo per il cinema ma anche per la televisione. Il Washington Post scrive che dopo Twin Peaks i segreti siano l’elemento caratterizzante delle serie ambiziose. Come in Legion, OA, Westworld, Leftovers e come persino fa Sorrentino: più ermetico ed enigmatico è, meglio è. Metà del piacere è andare su internet dopo la puntata e commentare in qualche sottogruppo su Reddit o su Facebook cosa diavolo è successo, ma soprattutto indovinare prima degli altri cosa accadrà. Il Washington Post ci ricorda che esistono serie che hanno abbracciato la stranezza per amor di stranezza col fine di trasformarci in investigatori (lo scriveva già Henry Jenkins nel suo ormai classico saggio Culture Convergenti).

 

Ma attenzione, il “più siamo ossessionati, meglio è” può sconfinare nel "più è incomprensibile, più è sicuramente valevole”. È la stessa sindrome dell’estintore scambiato per opera d’arte, o di Three of life di Malick montato al contrario con la complicità del pubblico assorto in preghiera (è successo alla cineteca di Bologna qualche anno fa: per nove giorni andava al contrario e pare che i fedeli uscissero dalla sala fidandosi d’aver assistito a un capolavoro incomprensibile). Twin Peaks è stato entrambe le cose: un'ossessione e una cagata pazzesca nello scarto tra due stagioni.


Una scena della prima stagione di Twin Peaks


Prima di essere cult, immaginario condiviso da una o più generazioni, oggetto di studio di consumo culturale, retromania per nostalgici, canovaccio per antieroi e personaggi minori folli Twin Peaks è stata una soap girata con tecniche sperimentali che piaceva a quelli che la tv di solito non la guardano. Lynch aveva intercettato il bisogno di guardare porcheria ma rivestita di prestigio, dimostrando che basta avere buone idee e stile riconoscibile per trasformare materiale scadente in qualcosa che dura per venticinque anni. Quando ci si chiede perché mai non esiste la serialità europea degna di quella americana non è solo perché non c’è un’industria dell’intrattenimento, uno star system e scrittori all’altezza: è perché quella europea l’hanno già inventata loro. 

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