Perché condividere sui social porzioni di riservatezza è una responsabilità individuale

Il caso delle foto delle 60 ragazze di Modena su WhatsApp è l’ennesimo esempio di quanto il vero problema della Rete siano i suoi utenti

Perché condividere sui social porzioni di riservatezza è una responsabilità individuale

Il caso delle 60 ragazze modenesi è l’ennesimo esempio della totale inconsapevolezza e ignoranza (nel senso di mancanza di conoscenza) della Rete e della sua capacità comunicativa. Ed è l’ennesimo esempio di quanto il vero problema della Rete non sia la Rete stessa, ma i suoi utenti.

L’avvento di internet e dei social network ha cambiato gli stili educativi e presenta una serie di rischi per i più giovani che vanno dalla pornografia al cyberbullismo, dall’utilizzo dei dati forniti per fini commerciali all’adescamento online.

 

Le nuove tecnologie e internet permeano la vita dei ragazzi e delle loro famiglie influenzando non solo i processi di costruzione d’identità e di socializzazione, ma incidono anche su riti e gesti della quotidianità e sui contenuti delle conversazioni familiari.

I social network rappresentano un modo semplice e rapido per condividere stati d’animo e momenti attraverso pensieri (il più delle volte espressi per simboli), fotografie e video. Una forma di espressione universale e trasversale che coinvolge tutti, dalla Generazione Z ai Millennials, dalla Generazione X ai baby boomers.

 

Lo scambio delle immagini su WhatsApp e delle potenziali (e del tutto realistiche) conseguenze che queste immagini di minorenni potrebbe trascinare con sé riguarda anche la pratica di molti adulti di pubblicare (in totale buona fede) foto di figli e/o nipoti sui social, non curanti delle possibili conseguenze. Anche se pubblicati con una modalità di privacy “elevata”, i post sui social non possono essere ritenuti riservati ai soli “amici” o aderenti al gruppo. Un profilo è facilmente modificabile, da “chiuso” ad “aperto”, in ogni momento da parte dell’utente e le immagini possono essere “rubate”.

Un tema ancor più delicato quando le immagini interessate sono quelle di minori, come nel caso di cronaca delle studentesse modenesi.

 

La tutela dei minori è consacrata a tutti i livelli: dalla Convenzione Internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza alla Costituzione italiana che sancisce la protezione dell’infanzia e della gioventù, alla legislazione ordinaria di natura sia civile sia penale, non da ultimo dal Codice della Privacy.

Fino a cinquanta-sessanta anni fa il nucleo familiare non ammetteva intrusioni dall’esterno che potessero minare la stabilità familiare, in quanto tale nucleo era visto come un “gruppo sociale chiuso”, all’interno del quale non era riconosciuta al minore alcuna autonomia. Oggi questa visione è superata e si è giunti alla comune presa di coscienza che l’esercizio dei diritti fondamentali della persona sia svincolato dall’età del soggetto.

 

La letteratura giuridica è ormai quasi unanimemente convinta che i “fanciulli”, soprattutto i cosiddetti grands enfants, non possano più essere considerati soggetti incapaci d’agire in riferimento agli atti per i quali la legge non prevede un’età diversa dalla maggiore età.

Il progresso tecnologico degli strumenti di comunicazione, sotto questo profilo, ha aumentato la violazione della sfera intima della persona, tristemente, anche per mano della famiglia e del minore stessi. Ci si può iscrivere a Facebook e/o a WhatsApp a 13 anni e ove l'utente non abbia l'età richiesta per poter accettare i termini del contratto con la piattaforma nella sua nazione, il suo genitore o il suo tutore devono accettarli a suo nome.

La cronaca recente è una dimostrazione della insostenibile leggerezza della digitalizzazione e delle sue conseguenze: la condivisione per quanto “limitata” di una propria foto su un social la rende comunque pubblica e, come tale, non si è più in grado di governarla né nell’utilizzo, né nella diffusione.

 

È pure di questi giorni l’annuncio di Facebook di sperimentare un database per contrastare il fenomeno del cosiddetto revenge porn.

Tra i giganti della Rete chiamati – da più parti – a intervenire sui temi della sicurezza sul web, Facebook ha studiato un modo di arginare la diffusione di foto “sensibili” sul social network, un meccanismo che eviti la condivisione di un contenuto segnalato. Se la sperimentazione andrà a buon fine, gli utenti che temono di diventare vittime di abusi potranno mettere le proprie immagini, (pare) definitivamente, al sicuro inviandole a se stessi con Facebook Messenger. Sulla base di quelle stesse immagini Facebook creerà un’impronta digitale in grado di riconoscere foto dello stesso soggetto e bloccarne l'eventuale caricamento da parte di altri.

 

A prescindere dalla sua possibile efficacia, questo strumento lascia aperti non pochi interrogativi sulla condivisione di immagini così private con una piattaforma quale è Facebook. Quali garanzie nel rapporto utente-piattaforma?

Quindi se l’intenzione è davvero quella di tutelare la nostra sfera privata e intima riflettiamo con attenzione su quello che intendiamo condividere evitando di affidare ad un algoritmo, fuori dalla nostra gestione diretta, l’arduo compito di riparare ai nostri errori o leggerezze, per quanto in buona fede.

 

*socia Munari Cavani Studio Legale

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