Siamo arrivati al "Facebook quotidiano" (ma non è la fine dei giornali)

Secondo uno studio del Pew Research Center continua ad aumentare il numero di persone, soprattutto over 50, che si informano sui social. Ma ai social continuano a servire gli editori

Siamo arrivati al "Facebook quotidiano" (ma non è la fine dei giornali)

Sempre più americani decidono di informarsi attraverso i social network. È quanto emerge dalla ricerca News Use Across Social Media Platforms 2017 condotta dal think tank statunitense Pew Research Center. Due terzi degli intervistati scelgono i social per attingere alle notizie, una percentuale in crescita di cinque punti rispetto al dato dell’anno precedente. A livello demografico colpisce il boom degli over 50, che guadagnano dieci punti rispetto al 2016 balzando al 55 per cento, mentre l’unica categoria che fa registrare una tendenza opposta è quella che possiede un livello di istruzione superiore al college.

 

Parlando dei singoli social network, l’incremento più sensibile riguarda Twitter: tre quarti degli utenti che lo frequentano si informano attraverso questa piattaforma, contro il 59 per cento del 2016 e il 52 per cento del 2013. Crescono anche YouTube e Snapchat, mentre rimangono stabili Reddit, Facebook, Tumblr, Instagram e Linkedin. Se però si guarda ai dati da un’altra prospettiva, quella del numero assoluto di utenti, la creatura di Zuckerberg sale in cattedra. Dal momento che due americani su tre possiedono un account Facebook, il risultato è che quasi la metà della popolazione statunitense (45 per cento) finisce per utilizzarlo come strumento d’informazione. Al secondo posto troviamo YouTube (58 per cento ha un account, 18 si informa) e solo terzo Twitter (11 per cento sul 15). Nonostante dunque la percentuale di utenti che lo utilizzano per informarsi sia inferiore rispetto ad altri social media, Facebook risulta avvantaggiato dalla sua enorme customer base. 

 

Interessante il dato relativo alla tipologia di media scelta dal cittadino: esattamente la metà degli americani sceglie la televisione come fonte, in calo del sette percento rispetto all’anno scorso, mentre sale di cinque punti internet, che si attesta al 43 per cento. La differenza tra il piccolo schermo e la tastiera si è assottigliata in un anno di ben dodici punti, e non è azzardato prevedere che entro il prossimo lustro la maggioranza della popolazione preferirà consultare le notizie online rispetto alla tv. Stabile la radio, mentre cala di due punti la carta stampata che risulta l’ultima fonte d’informazione con il 18 per cento. Secondo i dati dell’Alliance for Audited Media, le copie di quotidiani circolanti nei giorni feriali sono diminuite di ben ventitré milioni di unità dal 1984 al 2014, con un trend previsto in ulteriore calo per gli anni a venire.

 

I social rappresentano dunque la fine dell’editoria? A giudicare dal Facebook Journalism Project verrebbe da dire il contrario. Il progetto annunciato a gennaio da Palo Alto sembra semmai tendere la mano a un mondo alla ricerca di nuove soluzioni di business, ma anche bisognoso di rinnovare la propria credibilità.

 

Livia Iacolare, responsabile Media Partnership per Facebook Italia, spiega al Foglio che l’iniziativa nasce "in totale sintonia con l’editoria e i media, consci della responsabilità che ricopre Facebook in questo determinato momento storico". È questo il motivo per cui l’azienda – spiega la Iacolare – "ha coinvolto duemilaseicento editori di diverse nazionalità, nel tentativo di trovare soluzioni in grado di valorizzare il giornalismo di qualità". Più che sostituirsi al giornalismo, Facebook vuole provare a dargli un volto nuovo. Innanzitutto l’impegno formativo, con quindici sessioni in varie città del mondo (c’è anche Milano) e l’attivazione di una piattaforma di e-learning. Poi la scelta di puntare sugli instant articles, che grazie all’apertura immediata e al layout pulito sono particolarmente apprezzati dagli utenti. "Un prodotto in costante miglioramento grazie ai feedback ricevuti dagli editori" spiega il manager. Sempre con un occhio rivolto alla possibilità di monetizzare: si va dall’inserimento di spot pubblicitari nei video posizionati all’interno del testo fino alla proposta di sottoscrivere un abbonamento a seguito della lettura di alcuni articoli dello stesso periodico. Infine, le tanto vituperate fake news.: "L’obiettivo è quello di eliminare l’incentivo economico e la visibilità di quelle pagine che fanno clickbaiting oppure indirizzano a contenuti falsi", conclude Livia Iacolare.

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