Il vero bio è bio-tech

L’ambientalista evoca Rousseau e Pasolini, ma l’ambiente vuole scienza e sviluppo

Il vero bio è bio-tech

Vado a prendermi un gelato. Bel posto. Seduto, beato, alzo gli occhi al cielo. Cioè, guardo il soffitto e leggo: latte buono come quello di una volta. Ci sono tre mucche: la nonna, la mamma e la figlia. Sarebbero tecnicamente vacche frisone, ma la simpatia della grafica mi suggestiona. Vedo Heidi. Prati, pascoli e vallate, erbette deliziose che crescono tra le rocce. Poi ecco mia nonna che torna con il latte nella confezione triangolare in Tetra Pak. I ricordi sono vischiosi e nello spleen da una parte rimpiango quello che fu, perché incontaminato e dall’altra (siccome lo spleen ha il suo aspetto tetro) penso alla corruzione del latte attuale. E’ incredibile che io, proprio io, pensi questo. Passai un brutto momento durante l’esame di zootecnica, perché, appunto, dissi mucca e non vacca. Il professore quasi mi aggredì, e poi iniziò uno strale contro Heidi, il cartone animato che aveva rovinato una generazione di adolescenti, gente – disse – che farà danni in seguito (era il 1985), con questa concezione idealizzata della natura – e poi mi bocciò.

 

Il professore mi aggredì e iniziò uno strale contro Heidi, che aveva rovinato una generazione con questa concezione idealizzata della natura.

Sembra che a certi intellettuali e ambientalisti facciano schifo gli uomini: i rimedi che cerchiamo sono sempre peggio del male

E allora perché non mi viene in mente la tecnologia che ha reso il latte buono e sano? In fondo cosa altro è il Tetra Pak se non tecnologia uscita fuori dai laboratori dell’azienda svedese? Perché non mi viene in mente che agli inizi del XX secolo, a Londra si parlava del latte come del veleno bianco? A Brigthon fino ad un anno di vita la mortalità infantile era del 6,5 per cento per quelli allattati al seno, e del 36 per cento per quelli nutriti con latte bovino – il batterio della tubercolosi si diffondeva anche tramite il latte. Meno male che furono riprese le scoperte di Pasteur, e la pastorizzazione divenne lo standard, dimostrando che la scoperta dell’acqua calda è stata in realtà una grandissima invenzione. Dunque, perché non mi viene in mente la pastorizzazione? Ho due ipotesi: se andiamo ai mattoni di base della cultura ecologista troviamo alcune riflessioni del giovane Rousseau. Quando l’accademia di Digione chiese se il progresso delle scienze e delle arti avesse contribuito a migliorare i costumi o li avesse corrotti, Rousseau la mise giù dura: tentare di controllare o sfruttare la natura per migliorare il benessere materiale dell’uomo era sbagliato in linea di principio e letale in pratica. Tutti i rami delle scienze naturali avevano come matrice dei pericolosi vizi. L’astronomia nasceva dalla superstizione, la matematica dall’avidità, la meccanica dall’ambizione, la fisica da una vana curiosità. E concludeva: gli uomini sarebbero stati (un giorno) così disgustati dalla cultura moderna che avrebbero implorato Dio di restituire loro l’ignoranza, l’innocenza e la povertà, i soli beni che possono fare la nostra felicità e che siano preziosi al suo cospetto. Bene, perlomeno ora quando leggiamo la seguente poesia di Pier Paolo Pasolini sappiamo da dove deriva: “Se vogliamo andare avanti, bisogna che piangiamo il tempo che non può tornare (…) non basta rifiutare lo sviluppo (…) grazie a Dio si può tornare indietro (…) allora si rivedranno calzoni coi rattoppi, tramonti rossi su borghi vuoti di motori – e pieni di giovani straccioni tornati da Torino e dalle Germania (…) di notte si sentiranno i grilli, forse qualche giovane tirerà fuori un mandolino”. I grilli e l’ignoranza, i giovani straccioni, sono come il latte di una volta, profumano di autenticità, sono mucche e non vacche.

 

In Italia non si può nemmeno pronunciare la parola biotech, perché i rousseauiani ti parlano dei bei tempi di una volta

Per Rousseau le scienze naturali erano figlie dei vizi: l'astronomia della superstizione, la matematica dell'avidità, la fisica della curiosità

E dire che il compianto Paolo Rossi, il filosofo e storico della scienza, aveva provato, nel 1975, a metterci in guardia con un piccolo saggio, “Fra Arcadia e Apocalisse: note sull’irrazionalismo italiano degli anni Settanta”. Questa specie di pessimismo nostalgico che alcuni intellettuali provano: qualunque cosa essi tocchino diventa momento topico, ultima difesa e ovunque aleggia la caduta di valori. E insomma, a considerare la declinazioni delle suddette riflessioni, sembra che ad alcuni intellettuali e ambientalisti facciano schifo gli uomini: i rimedi che cerchiamo per risolvere i problemi sembrano sempre peggio del male che ci attanaglia. La seconda ipotesi: la tecnologia è tanto creativa ma non è capace di inventare slogan attraenti. Manca un sistema culturale capace di fare apprezzare la bellezza, il fascino di alcune soluzioni tecnologiche. Scienza e Tecnica sanno di supponenza. Eppure per millenni il sapere è stato appannaggio solo di filosofi e religiosi, loro sì con molte presunzioni di sapere: l’ha detto la Bibbia, oppure l’ho detto io. “Benvenuti alla città dell’ingenuità”, recita invece la scritta all’ingresso del museo della scienza di Londra, e subito vediamo esposte le tecnologie che hanno migliorato la vita: c’è anche la bicicletta.

 

Per tornare al tema cibo: che fate se una pianta prende un virus? Succedeva anche a bei tempi, allora pregavi e spesso eri inascoltato. Ora? Dipende. Utilizzi sementi e piante certificate, controlli (con diserbanti) le malerbe (possono ospitare sia i virus sia i loro vettori), disinfetti gli strumenti (e vai con la candeggina), usi gli insetticidi perché molto virus vengono trasmessi da insetti. Buona strategia, ma non funziona in quei casi in cui i virus vengono trasmessi rapidamente. Oppure? Oppure c’è la soluzione biotecnologica. Che funziona (vedi il caso Papaya) e può funzionare sempre meglio: con il biotech si possono ottenere piante che si proteggono da sole, quindi niente insetticidi, bio. Ma richiedono studio e tanti chimici e biotecnologi e agronomi che lavorano gomito a gomito. Eppure, in Italia non si può nemmeno pronunciare la parola biotech (sottolineo biotech pubblico, pubblico, pubblico) perché i rousseauiani ti parlano dei bei tempi di una volta e bloccano con il suddetto immaginario la curiosità e la ricerca. E le analisi caso per caso. Non si può andare sempre d’accordo, ma si può sperare di essere in disaccordo in maniera costruttiva. Il punto di incontro? I costi ci sono e i rousseauiani possono evidenziarli, ma gli strumenti per affrontarli sono tecnologici. Come dire il miglior bio non è quello di una volta ma è quello bio-tecnologico.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    03 Settembre 2017 - 16:04

    E vabbè, lei fa una serenata agli OGM... che io non avverso, anzi vorrei che fossero le nostre università e i centri di ricerca pubblici e privati italiani a realizzarne di nuovi e a studiarli, mentre avverso le regole che le grandi multinazionali globali vogliono imporre, cioè l'esclusiva proprietà intellettuale a vita delle sementi OGM. Cosa che non pretendono nemmeno le grandi multinazionali del settore farmaceutico. Un farmaco, anche quello che ha richiesto più ricerca e quindi più costi dopo un certo numero di anni perde i diritti intellettuali e può essere prodotto da chiunque nel mondo. Infine vorrei farle notare che l'Italia vive proprio dell'eccellenza del suo agroalimentare che è frutto di secoli di sapienti osservazioni, di cure, di sacrifici e di amore per la natura. Al netto degli OGM.

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