Non prendete alla lettera quel che leggete nei social

Informazioni meravigliose a passo di carica. Il resto, la massificazione del mediocre e dello stupido, non l'ha inventato Twitter. L'ha solo amplificato in forme nuove

Non prendete alla lettera quel che leggete nei social

Bret Stephens, il mio neoconservatore preferito, ha annunciato venerdì scorso in una column sul New York Times che lascia Twitter per sempre. O meglio, con un tocco di originalità se non di eccentricità, delega a un assistente editoriale la gestione del suo account per l’ordinario, e d’ora in poi tuìtterà solo cose belle, delicate, e recepirà unicamente il meglio della cultura e del pensiero aperto e positivo che Twitter offre, scartando tutto lo scartabile, che è moltissimo. Va bene. Ognuno è libero in causa propria, figuriamoci. Basta avere un bravo assistente.

 

Ma ho l’impressione che Stephens abbia preso troppo alla lettera l’immondezzaio, la gogna, il bullismo, l’elemento manipolatorio e pornografico che certo è tanta parte dello strumento. Prendere alla lettera un merdaio fatto di insulti, fakes, deformazioni della libido e della volontà non mi pare saggio. Bret cita Steve Jobs, che era convinto del potere “creativo” delle tecnologie sociali, nel senso che non corrispondono soltanto a bisogni, non offrono soltanto servizi, ma impongono o propongono con successo, se vogliamo, dipendenze e modi di essere che sono al riparo dell’anonimato, dell’idolo del linguaggio comune fattosi eloquio turpe, spontaneo, diretto, irriflesso. E ovviamente, vista la consapevole e responsabile avversione da conservatore che nutre per Trump, Stephens coglie l’elemento di impostura narcisistica e di blateramento populista che piace al tuìttarolo divenuto presidente americano per grazia di Putin e sarebbe piaciuto a Juan Domingo Perón, dittatore in nome, per conto e per amore delle masse abusate e plasmate dal linguaggio mediocre ma efficace del giustizialismo argentino.

 

Io per me cerco di non prendere alla lettera quel che leggo nei social. Nella vita ho sperimentato troppe volte la massificazione del mediocre, del violento, dello stupido, del libidinoso e non mi sembra che Twitter l’abbia inventata, al massimo l’ha amplificata in forme patologiche nuove. La dipendenza è evidente anche solo nell’uso dello smart phone. La nevrosi da smart phone è patente in certo uso che si pensa di farne, quando è lui, lo strumento, a usarti e rinchiuderti nella tua “libido connectendi” (latinorum). Ci sono telefonini che non mollano mai i loro padroni, sono petulanti, onnipresenti, separano dalla conversazione e dalla convivialità, creano allarme continuo e bisogno disperato di esserci, di esserci con gli altri e attraverso gli altri, riducendo sensibilmente i caratteri dell’amicizia e della socialità, che si nutrono anche di distanza e inafferrabilità, nostalgia, oblio, mistero dell’inapparenza e dell’indisponibilità, a banali contatti sistematici e automatici. In un certo senso soffro per chi è schiavo di un mezzo di contatto, e sempre penso al mito pascaliano dell’uomo ch’è libero perché sa stare solo nella sua stanza, ciò che è irrealizzabile con una disponibilità immediata via numeri e clic di tutte le stanze e di tutti i luoghi, compresi i luoghi della memoria che si perde, si vanifica progressivamente.

 

Chi approfitta dell’anonimato mentale e del disagio nevrotico procurato dagli strumenti di contatto, però, non va preso alla lettera, e tanto meno condannato alla censura nella forma della mia separazione dal mezzo, per la semplice ragione che quei sentimenti e disagi e quelle cattive opere sono un requisito di sempre dell’umanità storta che è in noi, non li hanno inventati nella Silicon Valley. Lo scartabile delle tecnologie, che spaventa chi le prende troppo sul serio, è legno del nostro legno, è qualcosa che si è sempre espresso, non importa in quante battute, non importa con quanti followers, non importa se nell’altro mondo digitale mondializzato o in questo mondo terragno di sempre. Resta invece il meglio dei social, e Twitter è un modo diretto e aforistico, breve, a suo modo classico, di scegliere e assumere informazioni meravigliose (questo anche Bret lo riconosce) che ti vengono incontro a passo di carica e ti nutrono. Il problema è sempre lo stesso, sei tu che scegli l’uso razionale del mezzo, oppure è il mezzo che usa te e fa di te il suo modesto e uniforme e conformistico messaggio.

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Commenti all'articolo

  • ghinoditacco

    26 Giugno 2017 - 18:06

    Se questo Bret Stephens, che il popolo ignora, " il mio neoconservatore preferito", non padroneggia culturalmente un semplice mezzo di comunicazione "moderno" figuriamoci il resto dei tuoi neoconservatori Preferiti!. Ma questa cima non ha vinto il premio Pulitzer nel 2013? O siamo nello stesso "frame " Obamiano ed ha anche lui vinto a scatola chiusa?.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    26 Giugno 2017 - 12:12

    Separare il grano dal loglio. E’ facoltà, pur con tutte le stuzzicanti variabili personali sul grano e sul loglio: sono il sapore acre e sublime della vita, concessa alla singola persona. Non è pane per i denti delle masse. Alle masse si concedono allettanti illusioni, orizzonti di gloria fasulla, visibilità e sensazioni di contare qualcosa, fornendo. a buon mercato, mezzi e modi per “controllarle, indirizzarle, usarle”. Non è mica nova res.

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  • Andrea

    26 Giugno 2017 - 07:07

    Ma sì. Già lo disse Pino Daniele che ogni scarrafone è bello a mamma sua.

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  • giuseppe.amadio@fastwebnet.it

    giuseppe.amadio

    25 Giugno 2017 - 22:10

    Mica tanto latinorum la libido connectendi. Connecto, connectere, della III, esiste in buon latino classico con un significato del tutto appropriato per riferirlo al nostro connettere. Siamo ben lontani dal consultellum rosatellum et similia.

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