Di scandalo in scandalo Uber si squaglia, perfino Kalanick è a rischio

Tra licenziamenti e dimissioni, Uber ha perso ormai tutte le sigle più importanti che compongono la dirigenza di una grande azienda digitale

Eugenio Cau

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Di scandalo in scandalo Uber si squaglia, perfino Kalanick è a rischio

Roma. Oggi Uber, la app di macchine con autista più famosa del mondo, vive uno stato peculiare di dissociazione. Visto dall’esterno, il business procede spedito. La società espande i suoi servizi in tutto il mondo, nonostante una battuta d’arresto in Cina. A livello di bilancio, Uber continua a perdere soldi, ma questo è comprensibile e quasi auspicabile per un’azienda che si sta espandendo a rotta di collo. Inoltre, rispetto all’anno precedente, le perdite nel 2016 sono state ridotte in maniera sostanziale. Questo il fuori. Dall’interno, invece, Uber è un’azienda che si sta squagliando. La dirigenza è in fuga o in procinto di essere cacciata, la cultura aziendale è messa in discussione, le basi su cui si è fondata le crescita degli ultimi anni stanno franando. Tra licenziamenti e dimissioni, Uber ha perso ormai tutte le sigle più importanti che compongono la dirigenza di una grande azienda digitale: manca da sempre un coo, chief operating officer, direttore operativo. Se n’è andato il cfo, chief financial officer, direttore delle operazioni finanziarie. Se n’è andato il cmo, chief marketing officer, capo marketing. Se n’è andato l’svp, senior vice president, per il settore ingegneristico. E presto potrebbe mancare anche la sigla più importante, quella di ceo, vale a dire il fondatore Travis Kalanick.

 

House of cars. Perché nelle prossime ore il ceo di Uber potrebbe essere dimissionato

Sesso, orge, soldi. Dopo le accuse che hanno portato al licenziamento di 20 dipendenti dell’azienda californiana negli ultimi giorni, tutti si eccitano per i lati pruriginosi della vicenda. Eccoli

 

Domenica il consiglio di amministrazione di Uber (al quale oggi si è aggiunta Wan Ling Martello, manager di Nestlé) si è riunito per far fronte alle molteplici crisi che l’azienda deve affrontare. Uber deve rispondere a molte accuse. Quelle legali di Google anzitutto, secondo cui Uber avrebbe, tramite un ex dipendente, rubato tecnologie strategiche sull’auto che si guida da sola. Quelle istituzionali, per i tentativi scorretti di fiaccare la concorrenza ed evitare i controlli degli ufficiali pubblici. Ma soprattutto quelle legate a una cultura societaria tossica e insostenibile, che ha provocato accuse di molestie e una transumanza di dipendenti donne. L’ultima rivelazione, una lettera riservata ai dipendenti inviata da Kalanick prima di una festa aziendale, fa sembrare il fondatore un personaggio predatorio e dionisiaco come Leonardo DiCaprio in “The Wolf of Wall Street”.

 

In seguito agli scandali, Kalanick aveva assoldato Eric Holder, l’ex procuratore generale di Obama, per condurre un’inchiesta indipendente sullo stato della società. I risultati dell’inchiesta usciranno questa settimana, forse già oggi, ma intanto il consiglio di amministrazione ha annunciato domenica di aver accettato preventivamente tutte le raccomandazioni fatte dall’ex procuratore per raddrizzare la situazione. Tra queste c’è la cacciata di Emil Michael, senior vice president del settore business, oltre che alleato e confidente personale di Kalanick: ha abbandonato ieri la compagnia. Ma appunto, Kalanick stesso potrebbe rimanere vittima, almeno temporaneamente, del repulisti. I media americani sostengono che il fondatore che si prenderà un’aspettativa di qualche mese. La ragione ufficiale è che Kalanick vorrebbe occuparsi della propria famiglia dopo che, il mese scorso, un incidente in barca ha provocato la morte di sua madre. Ma molti vedranno l’assenza come un’ammissione della sconfitta di uno stile di leadership troppo abrasivo per non creare danni a lungo termine. Secondo il sito ReCode, il consiglio (che comunque è formato a maggioranza da alleati di Kalanick) sta già pensando a chi potrebbe sostituire ad interim il ceo. Le possibilità sono un consiglio di esperti oppure Rachel Holt, general manager per l’America e il Canada. Un’altra alternativa è che un membro del consiglio si assuma la responsabilità. Tra questi ci sono Arianna Huffington e altri manager di rilievo, che potrebbero traghettare la compagnia in attesa che Kalanick ritorni e ricostruisca, sempre che l’interim non diventi permanente.

 

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