Snapchat collassa in Borsa perché i grandi social si cannibalizzano

Ieri Snap, la compagnia madre dell'app social, ha presentato il suo primo bilancio trimestrale dopo il trionfale ingresso sul mercato di inizio marzo. Ed è stato un disastro

Eugenio Cau

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Snapchat collassa in Borsa perché i grandi social si cannibalizzano

Roma. La storia di Snapchat, app social di condivisione di fotografie inventata da due ventenni nel 2011 e diventata popolarissima tra i teenager, soprattutto quelli d’oltreoceano, è da ieri a un bivio storico. Potrebbe diventare uno dei tanti casi di scuola di cannibalizzazione nel mondo tech, in cui è facile che il pesce grande mangi il pesce piccolo, oppure potrebbe trasformarsi in un caso eccezionale di resilienza, in cui in un mercato ormai monopolizzato anche un social network più piccolo e di nicchia riesce a fare concorrenza efficace ai giganti e ribaltare le sorti di una sfida già scritta. Sarebbe un gran bel risultato, in cui il fondatore Evan Spiegel riuscirebbe lì dove Jack Dorsey di Twitter ha fallito. Per ora, però, l’ipotesi della cannibalizzazione sembra prevalere.

 

Ieri Snap, la compagnia madre di Snapchat, ha presentato il suo primo bilancio trimestrale dopo l’ingresso in Borsa (ipo) trionfale di inizio marzo, ed è stato un disastro. Nel primo trimestre dell’anno, Snap ha perso la cifra record di 2,2 miliardi di dollari, una cifra notevole in senso assoluto e un’enormità se paragonata ai 104 milioni di perdite dell’anno scorso. Le entrate sono state di 149,6 milioni di dollari: quasi quattro volte di più rispetto all’anno scorso, ma comunque meno dei 158,6 milioni che i mercati avevano stimato. Soprattutto, il tasso di crescita degli utenti è rallentato vistosamente: sono 166 milioni, in crescita del 36 per cento su base annuale, ma in calo del 53 per cento rispetto allo stesso trimestre dell’anno scorso. Mercoledì il titolo in Borsa è crollato, al momento del massimo calo, di oltre il 25 per cento, e gli esperti hanno parlato di problemi sistemici.

 

A marzo, al momento dell’ipo, Snap aveva ottenuto una valutazione stellare, che aveva portato il suo valore sopra a quello di realtà industriali consolidate come Target o Delta. Gli specialisti avevano già iniziato a storcere il naso: nella sua breve storia, Snapchat non ha mai fatto un solo dollaro di guadagni, nei documenti per l’ingresso in Borsa Spiegel e il suo cofondatore, Bobby Murphy, avvertivano che ci sarebbero stati passivi ingenti a causa del gran ritmo di nuovi investimenti, ma l’opportunità era troppo ghiotta: Snapchat potrebbe essere la prossima “big thing” nel mondo dei social, e ha una presa eccezionale su una fascia di pubblico, quella dei giovanissimi tra i 18 e i 30 anni (spesso anche molto più giovani) difficile da interpretare e conquistare. Tutto questo prima che Facebook decidesse di fare la guerra a Spiegel e i suoi. La storia è nota, ed era iniziata già prima di marzo: dopo aver tentato, nel 2013, di comprare Snapchat per una cifra astronomica ed essersi visto negare la preda, Mark Zuckerberg ha deciso che il concorrente che non può essere comprato deve essere distrutto. La strategia è stata semplice: inserire in tutti i prodotti di Facebook (Messenger, Instagram, Whatsapp, Facebook stesso) le stesse caratteristiche di successo di Snapchat, come le “storie” (serie di foto inserite in una linea narrativa) e i post che si autocancellano. Si tratta di clonazione, non di copiatura, e anche Spiegel è stato costretto, alla presentazione dei risultati, a fare buon viso a cattivo gioco: “Dobbiamo goderci il fatto che la gente copi i nostri prodotti quando sono buoni”. Il problema è che la strategia di Facebook sta funzionando fin troppo bene, e i risultati trimestrali lasciano poco da godere.

 

Snapchat non ha perso la fiducia degli investitori, perfino Facebook ha avuto più di un capitombolo ai suoi inizi, ma il suo fallimento eventuale sarebbe il sintomo di un fenomeno preoccupante: l’ecosistema dei social si sta cementificando intorno a Facebook, pochi monopoli dominano il mercato e anche per compagnie con spirito da “disruptor” come quella di Spiegel rischia di essere impossibile farsi spazio.

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