È colpa della scuola se i nativi digitali hanno dubbi morali sulla tecnologia

Il premio filosofico Romanae Disputationes per studenti medi dimostra che occorre ripensare l'impianto dualista dell'educazione italiana

È colpa della scuola se i nativi digitali hanno dubbi morali sulla tecnologia

foto Maurizio Pesce via Flickr

Il meritorio premio filosofico Romanae Disputationes per studenti medi era dedicato quest’anno al rapporto tra logos e techne, tra ragione-parola-significato e tecnologia. Curiosamente, tre delle quattro piccole tesi finaliste, che il concorso spingeva a presentare e argomentare, concludevano con un inquietante sospetto sulla tecnologia. Secondo il più classico dei sistemi dualisti, la tecnologia, compagna inseparabile dalla vita in ogni epoca, finisce con l’essere considerata soprattutto un pericolo per il pensiero critico, un oscuramento di distinzioni morali e, nelle note più apocalittiche, un potenziale nemico futuro della specie umana che l’ha creata.

 

Ora, ciò risulta un po’ strano: perché ragazzi che vivono con oggetti tecnologi come protesi del proprio sé, che fanno sincera fatica a smettere di chattare anche solo per mangiare o per seguire una lezione, che sanno muoversi tra pagine digitali e social molto meglio che fra pagine di carta e relazioni fisiche, dovrebbero avere in fondo questa visione negativa di quella stessa tecnologia con cui vivono?

 

Si dirà che infatti non sono loro ad averla ma i loro professori, soprattutto quelli di filosofia, che li influenzano. Ma proprio questa considerazione mette in luce uno dei problemi della cultura italiana. Che fosse spiritualismo o materialismo, idealismo o storicismo, ermeneutica radicale o fenomenologia, rivoluzione o conservazione, radicalismo o cattolicesimo, fatto sta che nelle culture dominanti in Italia la tecnologia ha sempre avuto un destino di subordinazione se non di disprezzo. Il legame che essa impone tra pensiero e materia, tra logos e techne, raramente è rientrato nella riflessione teorica. Persino la stella della filosofia analitica di provenienza statunitense che ha conquistato tante giovani menti a partire dalla fine degli anni Novanta del secolo scorso, non è riuscita a capovolgere il quadro: bene l’informatica, bene gli esperimenti mentali, bene la semantica a grafi, e bene persino i big data, ma ciò che conta è l’analisi teorica che tutto ciò comporta, mentre l’applicazione pratica resta un mero derivato, che nel migliore dei casi si tollera senza amare. È un’impostazione razionalista che considera sempre l’analisi come vertice del pensiero e che esclude dalla razionalità cognitiva l’importanza dell’estetica, della morale, della corporeità e degli abiti di azione salvo poi riempire vite e discorsi di tecnologie, giudizi morali e spesso moralisti, materialismo pratico e, paradossalmente, di venerazione scientista per previsioni e dati delle scienze “dure”.

 

Secondo l’impianto dell’idealismo di Giovanni Gentile (1923!) che ancora la pervade, la scuola italiana divide la teoria dalla pratica, il pensiero logico-critico dall’estetica e dall’etica, e ovviamente la consapevolezza speculativa dalla tecnologia. In questa divisione sono i primi termini – la teoria, l’analisi, la speculazione – a essere univocamente considerati di maggior valore cognitivo. Ai secondi viene tutt’al più affidato un ruolo di verifica applicativa. La cosiddetta quarta rivoluzione industriale sta mettendo in luce, invece, il ruolo cognitivo della tecnologia e, con esso, sta mettendo in discussione i dualismi profondi della nostra mentalità.

 

Non volendo ripensare l’intero impianto conoscitivo in modo meno dualista a partire dall’esperienza della tecnologia che tutti facciamo tutti i giorni e spesso non essendo in grado di rifiutarne lo sviluppo su basi teoriche, la cultura scolastica di ogni livello e grado rovescia allora sulla tecnologia dubbi morali e previsioni apocalittiche. Ed è per questo che ragazzi nativi digitali inseparabili da mille oggetti elettronici si sentono quasi obbligati a smentire la propria esperienza quotidiana diffidando moralmente di ciò che è per loro indispensabile strumento cognitivo.

 

Non che le preoccupazioni non ci debbano essere o non siano alle volte giustificate, ma sarebbe auspicabile che esse si muovessero nel desiderio di capire che cosa sta succedendo con questa rivoluzione tecnologica e come essa ricontestualizzi e ridescriva i nostri processi inferenziali e cognitivi, a partire da quelli di analisi e sintesi. Nella migliore delle ipotesi, oltre che dotare le classi di strumenti elettronici, bisognerebbe cominciare a ripensare l’antica impostazione idealista/storicista in modo più adeguato e corrispondente all’esperienza effettiva della scienza, della tecnologia e della vita quotidiana di ciascuno.

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