Facebook sotto accusa per avere “copiato” un’app italiana

Il colosso di Zuckerberg responsabile di aver violato il diritto d’autore di Business Competence. Farà appello. Un caso

Facebook sotto accusa per avere “copiato” un’app italiana

foto LaPresse

Roma. Per la prima volta in Italia, e con tutta probabilità al mondo, Facebook è stata giudicata responsabile di violazione del diritto d’autore e concorrenza sleale verso un piccolo sviluppatore indipendente.

Ieri ne dava notizia il Corriere della Sera tra gli annunci legali, come richiedeva la sentenza di condanna di primo grado da parte del Tribunale di Milano, sezione in materia di impresa, risalente al 1° agosto scorso, di cui ilfoglio.it aveva già dato conto mercoledì.

Facebook è stata ritenuta responsabile a diverso titolo e con condotte scorrette e illecite di avere approfittato della conoscenza acquisita del prodotto Faround ideato dalla società italiana Business Competence, e sviluppato all’interno del popolare social network, per poi promuovere e rendere disponibile all’utenza la “sua” applicazione chiamata Nearby Places con identiche caratteristiche.

Faround, in origine chiamata Facearound, consentiva di vedere tramite un sistema di geolocalizzazione tutti i locali e i luoghi di interesse nelle vicinanze degli utenti, unitamente alle promozioni e agli sconti offerti dagli stessi locali. L’applicazione aveva notevole interesse economico e commerciale per le aziende presenti su Facebook con una loro pagina perché abbonandosi a Faround potevano apparire tra i risultati visualizzati sulla cartina geografica virtuale ed essere facilmente raggiunte dagli utenti. Nearby, invece, creatura di Facebook approdata sul social network di Mark Zuckerberg a dicembre 2012 (quattro mesi dopo la registrazione dell’app ideata da Business Competence) funzionava allo stesso modo, tranne che per il sistema di coupon e sconti che caratterizzava Faround.

Business Competence è una software house che sviluppa applicazioni mobile e aziendali, siti web, piattaforme e-commerce con sede a Cassina De’ Pecchi (Milano) che ha citato in giudizio Facebook nel 2013 e aveva speso più di mezzo milione di euro per sviluppare l’app in questione. Dalla nascita, nel 2008, ha creato e ceduto tre startup a investitori e vinto premi internazionali e nazionali, tra cui Donna Imprenditrice per la ceo Sara Colnago.

Facebook, colosso globale leader per capitalizzazione a Wall Street, è stata dunque condannata a non utilizzare, diffondere e sfruttare l’app in oggetto (ora non più attiva), a ritirarla dal commercio per il territorio italiano e a pagare una penale pari a 5 mila euro per ogni giorno di ulteriore utilizzo successivamente al decorso di 60 giorni dalla sentenza, risalente ad agosto. Oltre a dover pubblicare la notizia di condanna sui giornali e per 15 giorni sul sito facebook.com, a risarcire i danni alla società italiana e restituirle l’indebito profitto ricavato con Nearby.

Facebook replica al Foglio che “pur rispettandola [la sentenza] è in disaccordo con la decisione, le contestazioni erano prive di fondamento e abbiamo fatto appello. Crediamo che l’ordinanza sia sbagliata, nel frattempo ci atteniamo a quanto disposto dalle autorità giudiziarie”.

Il Tribunale ha tuttavia rilevato elementi di parassitismo da chiarire. In una clausola del contratto Facebook si riserva di “creare applicazioni simili a quelle degli sviluppatori o comunque in concorrenza con queste”. Ma nel caso di Faround aveva richiesto allo sviluppatore tutti i dati sufficienti a replicare la app con la motivazione di dovere testare la compatibilità con la piattaforma Facebook. In dibattimento Facebook, dice la sentenza, non ha poi soddisfatto la richiesta di fornire prove tecniche idonee a dimostrare che stava sviluppando un’app simile in modo del tutto indipendente (per esempio, la produzione del codice sorgente).

Più in generale, la concorrenza sleale deriva anche dal fatto che le app degli sviluppatori vengono di regola fornite a pagamento, mentre Facebook le può diffondere gratis con ovvio vantaggio.

Casi di contenziosi legali sono noti, di solito Facebook propone una transazione comprando le app oggetto di disputa. In questo caso non si è giunti a un compromesso e per la prima volta si apre una breccia nella prassi del social network di Zuckerberg che, leggenda narra, nacque dallo sviluppo di un’idea altrui nei primi anni Duemila.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi