Troppo lungo, Zuckerberg

Progressismo, ruolo dei social e delazione. Cosa non torna nel manifesto del ceo di Facebook

Troppo lungo, Zuckerberg

Troppo lungo. Il post di Mark Zuckerberg apparso qualche giorno fa su Facebook, il suo manifesto per un mondo globalizzato, è paradossalmente fuori da ogni regola comunicativa. Come è possibile che il fondatore del social che ha conquistato il mondo sbagli un elementare tratto comunicativo, diventando un noioso analista? Prima di rispondere vorrei notare tre temi salienti.

 

Progressismo. Le magnifiche sorti e progressive sono il leitmotiv del manifesto. Tuttavia, le premesse sono storiche e sono banalmente sbagliate. Mark, come si firma giovanilisticamente, ripete ben due volte che la storia dell’uomo è una progressiva unificazione: si è passati dalle tribù alle città alle nazioni in un cammino di progressivo benessere. Forse si è dimenticato qualcosa del corso di storia seguito nell’ariosa Cambridge, Massachusetts, o forse non glielo hanno insegnato bene. Purtroppo per lui le cose non sono così semplici. Prima delle città, e contemporaneamente alle città, ci sono stati imperi e regni; le città alle volte erano federate come accadeva per esempio nell’antico Sannio, e alle volte coincidevano con le nazioni; gli stati nazionali sono in crisi da molto tempo e hanno anche prodotto le guerre mondiali oltre che il benessere. Infine, le tribù, a esser sinceri, sono quelle che anche Facebook ha permesso o ri-permesso. Tutto per dire che la storia non è affatto il cammino progressivo verso la globalizzazione ma un insieme vario e articolato che ha già mostrato tutto e il contrario di tutto ed è per questo che la amiamo: è il frutto della libertà degli esseri umani e non un meccanico avverarsi di dialettiche, linee o fasi.

 

Infrastrutture. La parola più ripetuta del messaggio è “infrastruttura”, che sarebbe ciò che permetterebbe di creare “la comunità globale che funzioni per tutti”. Ancora una volta, in un linguaggio involuto come un volantino vetero-leninista – tanto più strano per quest’epoca comunicativa – Zuckerberg fa passare l’antica idea che sia la struttura a costruire le comunità e non viceversa. Il richiamo molto americano alle communities come cuore della vita sociale è interessante ma l’idea è che l’infrastruttura sia non solo importante ma decisiva. Non si dice che sono le comunità che usano Facebook come strumento ma che lo strumento creerà nuove comunità mentre le antiche si sfaldano. Non che non sia vero che si creino anche comunità tramite Facebook, ma è l’ordine dei fattori tra libertà e infrastruttura che risulta legato a un meccanicismo che è un’opzione filosofica e non un semplice riconoscimento di fatti.

 

Controllo e sfumature. Nel lunghissimo post c’è un capitolo dedicato alla sicurezza e uno dedicato all’ormai immancabile lotta alle bufale. Per farla breve, Zuckerberg propone un mondo dove ciascuno sia poliziotto di tutti. Ci dice che ciò avverrà con rispetto della privacy, s’intende, ma il fatto che dedichi a essa solo tre delle centinaia di righe non è del tutto rassicurante. Inoltre, invece di opinioni contrastanti e divisive ci verranno fornite “sfumature” con cui possiamo arrivare a una visione del mondo più condivisa. Sarà, ma certo che è difficile non pensare che la delazione è una caratteristica intrinseca di ogni ideologia e che ogni tanto per dialogare sul serio bisogna anche opporsi e litigare. Chiunque abbia vissuto un rapporto affettivo vero lo sa senza bisogno di grossi volumi di teoria.

 

Si potrebbero analizzare anche molti altri aspetti, ma tanto basti per rispondere al dubbio iniziale. Possibile che il presidente della comunità di comunicatori più grande del mondo sbagli comunicazione? Sì, è possibile. Ciò accade quando, nel giusto tentativo di capire ciò che si è fatto e di crescere pensando allo sviluppo di ciò che si vorrà fare, un’ideologia prende il posto della realtà. La realtà è che i social network hanno messo in luce tanti aspetti comunicativi dell’essere umano e ne sono uno splendido strumento che certamente determinerà anche i messaggi ma non senza la libertà umana, implicata comunque a ogni livello di conoscenza, di storia e di politica. L’ideologia è che lo strumento debba decidere tramite le sue “infrastrutture” la dinamica di “progresso” necessario a cui siamo destinati e con cui si deve essere d’accordo per essere “dalla parte giusta della storia” (Obama). Sono due tipi di crescita molto diversi e speriamo che Zuckerberg, diventando adulto e dovendosi inevitabilmente organizzare le idee, non ceda a un pensiero unico che, nelle sue mani, può diventare pericoloso o, come il suo post, almeno noioso.

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