Cosa c'è dietro il sistema delle bufale: così si riesce a fare soldi

Un'indagine di Paolo Attivissimo e David Puente svela la complessa rete di scatole cinesi per nascondere i titolari dei portali di fake news. E mentre Facebook passa all'azione, i debunker scoprono come e chi ci guadagna

Cosa c'è dietro il sistema delle bufale: così si riesce a fare soldi

La bufala su Gentiloni di liberogiornale.com

Facebook contro le bufale: il social network lavorerà a stretto contatto con gli specialisti del fact checking, da Associated Press a Snopes, per “bollare” le fake news dopo le segnalazioni degli utenti. Le notizie false, comunque, non saranno cancellate.

 

Un articolo del Washington Post un mese fa spiegava accuratamente come gli inventori di bufale fanno soldi. Il semplice meccanismo del più traffico, più introiti pubblicitari è un vero e proprio business, anche molto redditizio. Il sistema funziona alla grande anche in Italia, dove in questi giorni la notizia più condivisa sui social è stata la dichiarazione di Gentiloni, totalmente inventata, pubblicata dal sito liberogiornale.com: “Gli italiani imparino a fare sacrifici e la smettano di lamentarsi”.

Sebbene nella pagina disclaimer del sito si legga che “Libero Giornale è un sito satirico”, i debunker Paolo Attivissimo e David Puente hanno accertato che in realtà si tratta di una “fabbrica professionale di panzane” con ramificazioni per nulla casuali. Libero Giornale fa parte di una serie di siti di bufale che storpiano i nomi delle testate più note in modo palesemente ingannevole: bastino gli esempi di Ilfattoquotidaino.com (occhio a leggere bene il nome), News24tg.com e Gazzettadellasera.com. Una trovata per far credere inconsciamente che le notizie siano vere. Al resto ci pensano le frenesie dei leoni da tastiera che condividono gli articoli ovunque facendo lievitare i contatti.

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I nomi dei titolari dei portali sono nascosti: liberogiornale.com, ad esempio, è intestato alla società Domains by Proxy LLC, una delle tante aziende online che proteggono l'identità. Tutti questi siti, però, usano la stessa fonte per guadagnare con le pubblicità sfruttando il medesimo account da publisher: la società Edinet, con sede in Bulgaria. Come risulta dal ministero della Giustizia bulgaro, il titolare è Carlo Enrico Matteo Ricci Mingani, “responsabile delle pubblicazioni” del gruppo KontroKultura, rilevato proprio da Edinet: scatole cinesi che permettono di gestire una trentina di portali online, da Gazzettadellasera.com e Liberogiornale.com a News24europa.com, News24tg.com e Notiziea5stelle.com, ospitando i banner pubblicitari di Edinet con l’account kontrokultura. Non bisogna vincere il Pulitzer per capirlo: in barba a distorsioni della realtà, allarmismi e rabbia che monta tra gli elettori, si fanno tanti soldi. E questo sembra bastare.

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Commenti all'articolo

  • guido.valota

    16 Dicembre 2016 - 20:08

    Bene, con qualche anno di ritardo ci si accorge di questi immondezzai. Ora aspettiamo qualche anno ancora per renderci conto degli effetti disastrosi di questa immondizia spalata nel ventilatore dal sistema social di diffusione, e quando ammetteremo che le famose legioni di imbecilli esistono, si nutrono di immondizia, e che ne sono dipendenti, forse avremo la vera chiave per capire il fenomeno M5S e le proporzioni del risultato del referendum.

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