L’epopea delle notizie false vista dagli odiati media mainstream

Sulle notizie che non lo erano l’algoritmo di Facebook ha le sue responsabilità, così come il rifiuto alla “media company”. Ma lo scaricabarile nasconde un approccio sbagliato all’economia di internet

Eugenio Cau

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foto LaPresse

Roma. Un’inchiesta pubblicata su Buzzfeed da Craig Silverman è diventata negli ultimi giorni uno dei più feroci capi d’accusa nei confronti di Facebook sulla questione della diffusione di bufale e notizie false. Nell’inchiesta, Silverman ha dimostrato che nel corso della campagna elettorale americana, le 20 notizie false che hanno avuto più successo su Facebook hanno ricevuto un maggior “engagement” rispetto alle 20 notizie principali dei media tradizionali. Nel concreto, la top 20 di notizie come “Hillary Clinton ha venduto armi all’Isis”, “Il papa ha endorsato Trump”, “Hillary è coinvolta in un omicidio” ha ricevuto 8,7 milioni di condivisioni, like e commenti, mentre le 20 notizie più viste dei media tradizionali come il New York Times, il Wall Street Journal e l’Huffington Post ne hanno ricevuti solo 7,3 milioni.

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Il primo moto di indignazione, quello che ha tormentato Mark Zuckerberg nelle ultime due settimane, è contro Facebook. E’ tutta colpa dell’algoritmo. Non c’è altra ragione per spiegare il fatto che delle notizie-truffa, delle bufale che si vedono lontano un miglio, siano state più condivise e apprezzate di articoli scritti con buona penna, impegno e fact checking da professionisti del settore. C’è del vero in questo: l’algoritmo di Facebook, nel 2014, è stato modificato per dare maggior rilevanza proprio a quell’“engagement” che ha in parte consentito il proliferare di notizie dall’alto contenuto identitario. Anche per questo, Zuck e i suoi sono scudisciati da settimane dai media di tutto il mondo. Ma se ci fosse anche un’altra ragione? Ammettiamolo: un risultato così terrificante (notizie di sitarelli amatoriali che stracciano organizzazioni editoriali con migliaia di dipendenti e decenni di storia ed esperienza) non si ottiene solo per colpa di un algoritmo. Facebook ha le sue responsabilità, e la prima di queste è non voler ammettere di essere, almeno in parte, una “media company”, e non iniziare a comportarsi come tale, trovando forme legali ed editoriali per responsabilizzare e pesare i contenuti che ospita, come ha ricordato anche il Financial Times in uno speciale dedicato ieri al tema.

 

Ma anche così il discorso non tiene: notizie così false come quelle che hanno circolato negli scorsi mesi non dovrebbero trovare cittadinanza presso un pubblico dotato di una minima alfabetizzazione nei confronti dei fatti. In un’intervista al Washington Post, anch’essa capo d’accusa bruciante dell’epopea delle notizie false, uno dei tanti propalatori di bufale (che ha detto al Wapo: “Penso che Trump sia alla Casa Bianca per causa mia” e che ha ammesso di guadagnare più di diecimila dollari al mese da questo business) si è detto a posteriori incredulo per il modo in cui la gente credeva e diffondeva le sue panzane. E’ la stessa incredulità che oggi circola nelle redazioni dei giornali, che addossano la colpa all’algoritmo con riflesso pavloviano.

 

Una corrente di pensiero più profonda, però, già da tempo cerca di mettere in evidenza che se il giornalismo ha deciso di affrontare la sfida dell’online mettendosi in un terreno di gioco in cui pagine facebook e siti bufalari come “Catena umana” o “Stop alla Fed” non solo giocano ad armi pari ma spesso sono avvantaggiati, la colpa non è solo dell’online. Da settimane, in una serie di articoli illuminanti, l’editore e giornalista francese Frederic Filloux, oggi studioso a Stanford, cerca di ragionare su come un approccio sbagliato all’economia di internet abbia danneggiato la qualità delle notizie che leggiamo. Un approccio sbagliato, sia chiaro, e non internet tout court, che è ovviamente uno strumento da saper sfruttare. Ma, secondo Filloux, negli ultimi vent’anni gli editori, i direttori e gli agenti pubblicitari di tutto il mondo hanno preso decisioni che hanno prima danneggiato la qualità dei giornali e poi hanno messo i media mainstream sullo stesso piano dei siti di bufale. La velocizzazione parossistica dei cicli di news, per esempio, non solo è una storica nemica della qualità, ma avvantaggia chi non deve preoccuparsi che quello che scrive sia vero. L’assunzione dell’“engagement”, sui social e non solo, come un valore che spesso prescinde dalla qualità di un articolo mette il giornalismo alla mercé di chi, accusando di omicidio un famoso esponente politico, fa dell’“engagement” un’arte. Soprattutto, accettare passivamente che l’economia delle notizie su internet sia dettata dal traffico è un errore strategico macroscopico.

 

Per come è strutturato il sistema oggi, una grande inchiesta che ha richiesto molto budget e l’intervento di tanti giornalisti pubblicata su internet ha lo stesso valore economico di una notizia truffa di un sito di bufale o di una gallery da colonnino morboso: vince chi fa più clic, e non c’è modo per far “pesare” di più i clic alle notizie di qualità. Tralasciamo gli abbonamenti digitali, che sono una fonte di reddito su cui molte testate stanno puntando, e il risultato è questo: su internet, i più autorevoli giornali del mondo e le più disgustose pagine di bufale se la giocano ad armi pari nella lotta per attirare l’attenzione e i clic (dunque i soldi) del lettore. Vince chi ha meno scrupoli e, per quanto i giornali cerchino di competere, è facile immaginare come va a finire. 

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