Dov’è la prossima big thing? La Silicon Valley inizia a preoccuparsi

I fondi di venture capital non hanno così tanti soldi da investire da dieci anni a questa parte. Apple e la fine dell’èra smartphone.
Dov’è la prossima big thing? La Silicon Valley inizia a preoccuparsi

Nel 2007 Steve Jobs presenta il primo iPhone

Roma. A sfogliare la stampa specializzata o le pagine dei grandi giornali dedicate alla tecnologia, sembra che negli ultimi anni il gran fiume dell’innovazione si sia disperso in mille rivoli. A ondate successive, gli osservatori sono investiti da tonnellate di “hype”, di attesa spasmodica, per questa o quella rivoluzione pronta a cambiare il mondo del tech. L’intelligenza artificiale, le automobili senza pilota, la realtà virtuale o aumentata, i big data, le reti neurali, la robotica, il cloud, i droni, la rinnovata corsa allo spazio di Elon Musk e Jeff Bezos: ognuna di queste (grandi) innovazioni, spesso dipendenti l’una dall’altra, è stata in periodi diversi salutata da osservatori ed esperti come la prossima “big thing” intorno alla quale si creerà un gigantesco e florido mercato, fiorirà un indotto di startup innovative, partirà il prossimo grande balzo del Nasdaq. Fin dagli inizi, l’economia della Silicon Valley è stata caratterizzata da cicli di boom seguiti da brusche frenate. A partire dagli anni Settanta, l’età dei transistor fu soppiantata dalla rivoluzione dei personal computer, e poi dalla bolla della New economy di internet. L’ultimo boom è stato quello degli smartphone, una decina di anni fa.

 

E’ intorno agli smartphone che in tempi recenti si sono andati costruendo gli imperi tecnologici: Apple ha fondato sull’iPhone la crescita record che l’ha portata a diventare la compagnia di maggior valore al mondo, Google e Facebook stanno puntando tutto sul mobile, e la società di Mark Zuckerberg che deriva da esso una parte ormai maggioritaria dei suoi introiti. Soprattutto, è intorno agli smartphone e ai diversi ecosistemi di app che si è concentrata tutta l’energia creativa e innovatrice delle migliori menti della Valley. Le più importanti startup del decennio, da Uber a Snapchat, sono state pensate a partire da e per funzionare con uno smartphone. Ma i dati lo dimostrano: l’èra degli smartphone sta per volgere al tramonto, le vendite sono in calo, e  il mondo del tech ha urgente bisogno di un nuovo boom, dunque di una nuova innovazione miracolosa sulla quale costruire imperi.

 

Il modo migliore per capire lo stato dell’innovazione è osservare i fondi di venture capital (vc), quegli agenti di finanziamento che sono fondamentali per il sostegno iniziale delle startup emergenti e ad alto potenziale. Lo ha fatto il Wall Street Journal, che ha notato come dall’inizio dell’anno i fondi di vc americani abbiano accumulato oltre 34 miliardi di dollari, e si preparino ad avere il loro migliore anno dal 2007 (che, non a caso, è l’anno di lancio dell’iPhone). Questo significa che, pronti per saltare sulla prossima big thing, gli investitori stanno accumulando denaro, e al tempo stesso diversificando gli investimenti per far crescere i settori più promettenti. E’ questa la ragione delle ondate continue di eccitazione tecnologica intorno a questa o quella rivoluzione promessa. Il problema, però, è che la rivoluzione tarda ad arrivare, e l’eccitazione è ormai accompagnata da un senso di urgenza sempre più forte. Apple, che ha cavalcato e plasmato più di ogni altra compagnia l’èra degli smartphone, è da tempo alla ricerca urgente di un’altra innovazione paragonabile e sta investendo con foga in nuovi progetti, anche se i risultati finora sono sotto le aspettative: dall’Apple Watch, le cui vendite sembrano in calo, alla fantomatica Apple Car – che, a giudicare dalle indiscrezioni di stampa che parlano di licenziamenti e ripensamenti nel team preposto alla sua realizzazione, non vedrà la luce –, fino a una rinnovata attenzione sui servizi che è diventata ormai la seconda fonte di introiti di Cupertino – la prima, ovviamente, è l’iPhone.

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