E se Google&Co. spostassero gli algoritmi su un presidente?

La Silicon Valley è capace di plasmare il nostro mondo. Le accuse di Assange e lo scandalo del “bias” di Facebook.
E se Google&Co. spostassero gli algoritmi su un presidente?

Hillary Clinton (foto LaPresse)

Roma. E se Google o Facebook decidessero di schierarsi alle prossime elezioni americane? Ora che il circo elettorale entra nel vivo, con i candidati dei due partiti principali ormai definiti, questa domanda non è più impensabile. Cosa succederebbe se i giganti della Silicon Valley decidessero di schierarsi veramente, non con i singoli endorsement o le singole donazioni, pure milionarie, ai vari candidati, ma spostando il peso dei loro algoritmi su questo o quell’aspirante presidente? Potrebbero contribuire a cambiare la storia d’America, hanno il potere di farlo? Quel genio di Scott Adams, autore delle vignette di Dilbert, ha già inquadrato perfettamente il problema. In una striscia recente, Dilbert partecipa a una riunione della compagnia per cui lavora. “Abbiamo vinto un contratto per scrivere il software delle macchine per votare”, dice il capo, e Dilbert risponde subito: “Chi vuoi che diventi presidente?”. Il capo protesta, “stai insinuando che vuoi truccare il sistema?”. Dilbert si difende: “Non commetterei mai un crimine solo perché mi avvantaggia ed è impossibile farsi scoprire”.

 

E’ difficile crederlo, o forse è fin troppo prevedibile, ma conversazioni simili, negli uffici dei giganti della Silicon Valley, sono avvenute per davvero. E’ successo ad aprile, per esempio, quando il sito Gizmodo ha ottenuto i risultati di un sondaggio interno ai dipendenti di Facebook per decidere le questioni di rilievo da sottoporre nelle riunioni con il ceo Mark Zuckerberg. Tra le questioni messe a tema si leggeva: “Quale responsabilità ha Facebook per evitare che Trump diventi presidente nel 2017?”. Nel sondaggio interno la domanda è stata scartata, ma è un sintomo di quanto tutti, dalla dirigenza ai dipendenti, sappiano dove potrebbe arrivare il potere di Facebook. Il sospetto è stato riproposto questa settimana da Julian Assange di Wikileaks, che intervenendo in video a una conferenza a Mosca a cui partecipava anche il presidente Putin ha accusato Google di fare campagna “direttamente” per Hillary Clinton. In realtà, Assange non si riferiva a Google, ma a un’azienda terza fondata dal suo presidente Eric Schmidt che, pubblicamente e con regolare contratto, fornisce servizi digitali alla campagna di Clinton. Ma tanto è bastato per far tornare a circolare i sospetti. Sia chiaro: non ci sono prove che Google, Facebook o altri abbiano influenzato elezioni o altri momenti della vita pubblica di qualsivoglia paese. Ma il fatto stesso che abbiano le potenzialità per farlo è un fattore di cui non si può non tenere conto.

 

In una ricerca pubblicata l’anno scorso su Proceedings of the National Academy of Sciences, Robert Epstein e Ronald Robertson dell’American Institute for Behavioral Research and Technology hanno calcolato, per esempio, che manipolando il proprio algoritmo Google può convincere “facilmente” circa il 20 per cento degli elettori indecisi a spostarsi su un determinato candidato. “Google ora ha il potere di ribaltare il 25 per cento delle elezioni nel mondo senza che nessuno se ne accorga”, ha scritto Epstein. Facebook invece ha fatto esperimenti su se stesso quando, alle elezioni americane di midterm del 2010, decise di testare il suo potere mostrando a 61 milioni di utenti dei messaggi che surrettiziamente li incitavano ad andare a votare (per nessun candidato in particolare: lo scopo era aumentare la partecipazione politica). Il social network calcolò che, complessivamente, 340 mila persone si lasciarono convincere. Facendo una proporzione priva di valore scientifico ma indicativa degli ordini di misura, se Facebook applicasse queste strategie a tutti i suoi 1,65 miliardi di utenti attivi riuscirebbe a mobilitare oltre 9 milioni di elettori. Abbastanza per far vincere un’elezione se i messaggi mostrati fossero a favore di un candidato specifico – e rispetto a sei anni fa, l’abilità di penetrazione e la tecnologia del social sono migliorate.

 

 

Una questione di fiducia

 

I dati dicono che tendiamo a fidarci dei social media più che di ogni altra fonte di informazione. Secondo un sondaggio Pew, citato da Robert Schlesinger su U.S. News, il 62 per cento degli americani ottiene le informazioni dai social media, e una percentuale simile ritiene che queste informazioni siano imparziali. Al contrario, i tassi di fiducia nei media tradizionali sono da anni in caduta libera: per ottenere un’opinione di cui fidarsi, l’utente medio preferisce rivolgersi a Facebook piuttosto che al New York Times. Questa fiducia è dovuta in buona parte alla spersonalizzazione dei social media. Siamo convinti che dietro ai risultati di ricerca di Google e agli articoli sulla bacheca di Facebook agisca un algoritmo freddo, un cervello digitale che distribuisce meriti e punizioni senza alcuna parzialità. Questa concezione si scontra contro due problemi. Il primo è che l’algoritmo, paradossalmente, è più umano di quello che crediamo, come ha mostrato il piccolo (e ridimensionato) scandalo della sezione “Trending topics” di Facebook, gestita da redattori in carne e ossa che avevano pieno giudizio editoriale (tendenzialmente liberal) sulle news da proporre agli utenti.

 

Il secondo è che l’algoritmo risponde a parametri che sono modificati in continuazione: quello di Google, dice l’azienda stessa, è riaggiustato 600 volte in un solo anno. E cambiare l’algoritmo significa cambiare il nostro modo di pensare. “Google (e, aggiungiamo noi, Facebook) è diventato la porta d’ingresso praticamente per tutta la conoscenza umana”, ha scritto Epstein in un articolo recente su Aeon. Questo potere di persuasione, che Epstein e il suo socio, riferendosi a Google, hanno battezzato “Search Engine Manipulation Effect”, non si limita soltanto al campo politico, anzi. Per ora i teorici di internet hanno notato che i social network agiscono per “bolle”: gli algoritmi tendono a mostrarci opinioni simili alle nostre, creano un’immagine del mondo che vorremmo. Il Wall Street Journal di recente ha mostrato in maniera plastica che la bacheca di un elettore progressista e di uno conservatore cambiano drasticamente: nella prima Clinton, Sanders e Planned Parenthood la fanno da padroni, nella seconda è tutto un Trump e Breitbart. L’algoritmo modella il mondo digitale a nostra immagine e somiglianza. Ma cosa succederebbe se qualcuno decidesse di modellare noi? E’ un fenomeno quasi inedito nella storia democratica dell’occidente: mai prima tanta fiducia era stata riposta in enti con così tanto potere. L’unico precedente, forse, risale al lontano 1876, quando Western Union, che allora deteneva il monopolio delle linee del telegrafo negli Stati Uniti, decise di usare la sua influenza per far eleggere presidente Rutherford Hayes. Ci riuscì.

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