Ho scritto su Facebook che a Nosadello non ci sono culattoni e mi hanno sospeso l’account

Il contenuto non rispettava gli “Standard della comunità di Facebook”, nonostante in essi si legga: “Sono consentiti messaggi umoristici, satirici o commenti relativi a questi argomenti”. Ma, lo vedete, avevo usato quella parola…
Ho scritto su Facebook che a Nosadello non ci sono culattoni e mi hanno sospeso l’account

(foto LaPresse)

Settimana scorsa ho avuto la bella idea di scrivere su Facebook questo status durante la Giornata mondiale contro l’omofobia: “A Nosadello non lo sappiamo proprio cos’è l’omofobia, non c’è nemmeno un culattone, in paese”. Nel giro di poche ore sono stato bloccato, previa segnalazione di anonimo delatore, perché il contenuto non rispettava gli “Standard della comunità di Facebook”, nonostante in essi si legga: “Sono consentiti messaggi umoristici, satirici o commenti relativi a questi argomenti”. Ma, lo vedete, avevo usato quella parola… E così, mi sono preso un giorno di inattività forzata, messo in castigo come un bimbo che ha sputato la pappa (io però il mio Ludovico, che pure spesso spruzza il semolino in faccia a sua madre mentre si pastrugna la faccia con una mano sporca e con l’altra sventola gioioso la giraffa Sofia ribaltando così il piattino, mica lo punisco!). Permalosetta, questa “comunità di Facebook”, mi dico, e assai carognesca la trafila senza nome e senza volto che mi ha fatto infine pervenire il dispaccio con l’inappellabile sentenza. La quale è stata poi resa più aspra (altri tre giorni di stop), perché appena riabilitato ho riproposto quello status (perseverare diabolicum) in forma ulteriormente scherzosa e con la promessa di non fare mai più il cattivo. Ma c’era quella parola, irricevile obbrobrio.

 

Va bene, le regole sono queste, le dinamiche ultra-note (sarò il milionesimo cui càpita, inutile fare il Nelson Mandela della rete, siamo uomini di mondo virtuale: è un fatterello e tale resta); ma di certo avrò infastidito qualcuno, forse un hater che ha colto il momento propizio per farmi lo sgambetto, servendosi dell’occhiuto omino addetto al vaglio delle segnalazioni. E in questo guidato non dalle citate regole che mi scagionerebbero, ma direttamente – il che è più inquietante, perché ne certifica l’affermazione involontaria, automatica – da un comune sentire ormai dilagante, vincente, anzi imperante, quantomeno tra le persone più colte, fini, influenti e ragionanti comme il faut, e quindi negli spazi comunicativi che contano, in Italia e non solo. Una nuova forma mentale cupa e grigia che non sembra tollerare più l’ironia, lo scarto, la deroga bizzosa al conformismo delle idee, alla sovranità blindata del possesso di ciò che è giusto, civile, corretto, accettabile. Dicibile. Ho fatto l’errore di dire ciò che non avrei dovuto, di usare quella parola, che ormai è marchio d’infamia per chi l’adopra, che non rispetta le inclinazioni generali, che tortura le orecchie ormai aduse a ben altri fulgori culturali e morali e sociali. E la parola è: Nosadello.

 

Ebbene sì, credo che il nome del mio paese natìo sia caduto in disgrazia, troppo spesso sbandierato da me come vessillo di un senso di appartenza lontano dalle logiche mondane e cittadine, dal plauso del secolo cieco e sordo. E con lui ovviamente l’Oceano Padano, che Nosadello accoglie e nutre. In un mondo che guarda a un costante allargamento dei confini, a un’estensione del dominio della pace, l’appello alle piccole patrie, ai borghi renitenti, alle enclave della conservazione risuona alle orecchie dei migliori come un retrivo motivetto, un’anticaglia fuori dal tempo e dal suo spirito in continua inarrestabile marcia verso radiosi progressi che queste isole oceanico-padane vorrebbero – tale è l’opinione sballata dei migliori – impedire coi forconi dell’ignoranza. Mentre non sono in grado di capire, loro, i giudici del buono e del giusto, che noi qui nel nostro isolamento reclamiamo ormai soltanto, e per altro lo reclamiamo quasi sempre tacendo, la libertà di stare fermi, di non salire sui convogli ad alta velocità etica, di valutare le cose col pacifico e sapiente sarcasmo del giocatore di briscola all’osteria. Di essere meno che provinciali, ma molto, molto più che cosmopoliti: perché non ci estendiamo esagitandoci nello spazio, ma sprofondiamo nel tempo amando e coltivando la persistenza.

 

L’ottusità di tale insipienza ha assunto questa volta le grottesche fattezze di una messa in quarantena su Facebook, ma è solo la punta dell’iceberg, la manifestazione non spuria di un globale riflesso condizionato che ha indotto qualcuno a segnalare un mio post aggrappandosi a quella parola e qualcuno, inetto alle forme ironiche e prono al diabolico andazzo, a valutarlo offensivo nella schiava applicazione di norme all’apparenza condivisibili, e invece persecutorie del buon senso, del senso della realtà, di una realtà assieme provinciale e letteraria che alle catene del pensiero anestetizzato non si farà mai legare.
E continueremo a raccontare, nec spe nec metu, dell’eterno Nosadello che è dentro di noi.

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