Jack Ma e tutti gli altri. Quando un ceo tecnologico vuol fare l’editore

La nuova razza di editori miliardari che spesso pretende rivoluzioni e persegue obiettivi particolari
Jack Ma e tutti gli altri. Quando un ceo tecnologico vuol fare l’editore

Il nuovo proprietario del South China Morning Post, Jack Ma

Roma. Per Jack Ma, cofondatore e ceo del gigante dell’e-commerce Alibaba, tra gli uomini più ricchi di Cina e da qualche mese editore di uno dei più importanti giornali d’Asia, il South China Morning Post, la data fatidica sarà il prossimo 4 giugno. Il Scmp è un quotidiano in lingua inglese di Hong Kong, ex colonia britannica che gode di grande autonomia amministrativa da Pechino, e nell’anniversario della strage di piazza Tiananmen ogni anno pubblica in prima pagina una foto delle manifestazioni cittadine in ricordo del massacro degli studenti. Ma il ceo di Alibaba, che ha comprato il Scmp lo scorso dicembre per 266 milioni di dollari, è il primo editore cinese nella storia del giornale. Non solo: è un imprenditore di successo che, come tutti gli uomini d’affari in Cina, deve mantenere buoni rapporti con il regime comunista di Pechino. La sua posizione in questo senso è sempre stata ambigua. Grande ammiratore della cultura occidentale, Jack. Tuttavia non si è mai allontanato dal tracciato politico segnato del Partito e, anzi, anni fa disse proprio in un’intervista al Scmp che, date le circostanze, mandare l’esercito a massacrare migliaia di studenti in quella primavera del 1989 era stata “la scelta giusta”. Ma adesso che Jack Ma è diventato editore di un giornale pubblicato in una terra in cui vige, almeno in teoria, la piena libertà di stampa e in cui i tanti esuli dalla Cina ancora portano il trauma di Tiananmen, tutti si chiedono: pubblicherà la foto delle manifestazioni?

 


La prima pagina di un numero del South China Morning Post del 2014


 

Domande simili, benché meno tragiche, sono state fatte tante volte in questi anni in cui, sulle due sponde del Pacifico, una nuova ondata di imprenditori miliardari provenienti dal mondo della tecnologia ha deciso di buttarsi nel mercato fatiscente dei quotidiani e dell’informazione cartacea. In alcune delle redazioni più importanti del mondo è arrivata una nuova razza di editori, estranea al mondo spesso felpato dell’informazione tradizionale, che pretende rivoluzioni e persegue obiettivi particolari. Il primo esempio è Jeff Bezos, il fondatore e ceo di Amazon che nell’estate del 2013 ha comprato il Washington Post per 250 milioni di dollari usando le sue fortune personali. In meno di tre anni Bezos ha trasformato quella del WaPo in una delle redazioni più eccitanti d’America, instaurando al suo interno un laboratorio informatico, investendo in nuovi modelli ma dettando non tanto una linea editoriale quanto un approccio alle notizie più fruibile e a volte frivolo. Bezos, in generale, ha applicato un atteggiamento comune alla grande industria tech americana, e sta cercando di coniugare innovazione e profitto.

 


Jeff Besoz


 

La sfida è farlo in un’industria che non vede nessuno dei due da anni. L’approccio di Jack Ma in questo senso è più tradizionale. Anche lui, appena arrivato al Scmp, ha iniziato una rivoluzione, il cui elemento più importante è l’eliminazione dell’arcigno paywall che impediva ai lettori di accedere a più di 10 articoli online al mese. In pratica, e con poche eccezioni, il South China Morning Post di Jack Ma è gratis da leggere. Nessun giornale può vivere di soli introiti pubblicitari, e dal punto di vista dei profitti la mossa di Jack Ma è suicida – enorme differenza con Jeff Bezos. Ma il ceo di Alibaba ha altri progetti per la sua creatura e, come ha detto in un’intervista monstre pubblicata ieri sul suo giornale, ha intenzione di usare il Scmp per equilibrare il “punto di vista occidentale” sulle notizie con il “punto di vista orientale”, e l’abbattimento del paywall risponde all’esigenza di fare del giornale una specie di gigantesca agenzia di stampa asiatica a enorme diffusione, anche a costo di operare in perdita. Una questione di soft power, in pratica.

 

Non sempre un approccio rivoluzionario è quello che funziona meglio. Lo sa bene Chris Hughes, il cofondatore di Facebook che, trovandosi ventenne e miliardario, ha deciso nel 2012 di comprare la rivista americana New Republic, ma che con il suo desiderio di azzerare la dirigenza, non rispettare gli anziani della redazione e trasformare una nobile cariatide dell’editoria liberal in una non meglio specificata “digital media company” ha provocato le dimissioni di massa di gran parte dei giornalisti e il crollo delle vendite. Due mesi fa Hughes, sconfitto, ha rivenduto il New Republic a un editore tradizionale. Un altro esperimento non legato a un imprenditore tech, ma dalle prospettive poco rosee, è quello di Sheldon Anderson, miliardario e impresario di casinò di Las Vegas che lo scorso dicembre si è comprato per 140 milioni di dollari il Las Vegas Review-Journal, giornale locale ad altissima diffusione. Dopo pochi giorni dall’acquisto Anderson ha iniziato a far attaccare dalle colonne del giornale i suoi nemici politici, attirandosi le critiche di tutto il mondo del giornalismo americano. Ma c’è ancora, anche in America, chi usa i vecchi metodi per avere la sua fetta di influenza mediatica. E’ il miliardario messicano Carlos Slim, che con il suo impero delle telecomunicazioni è tra gli uomini più ricchi del mondo, è entrato nel salotto buono del New York Times (nel 2008; nel 2015 è diventato il principale azionista) e da lì manovra senza dare troppo nell’occhio.

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