Minority Report

La tecnologia non corrompe né disumanizza, quando lo capiremo?

Troppo Heidegger fa male. La tecnica è gesto, non mostro. I prof. di tutto il mondo, che a dispetto delle critiche svolgono un lavoro stressante, sono spesso tentati dalla fallacia “o tempora, o mores!”, ossia dal lamento sul fatto che ora non è più come una volta e, si sa, una volta era meglio. L'inchista di Quartz sulle scuole americane.
La tecnologia non corrompe né disumanizza, quando lo capiremo?

Il quotidiano online Quartz ha pubblicato un’inchiesta secondo la quale il 24,7 per cento degli insegnanti statunitensi vorrebbe in classe più strumenti di insegnamento elettronici che applicassero strategie di gioco, il 19 per cento vorrebbe più strumenti elettronici in genere, e il 10 per cento – il doppio rispetto all’anno scorso – vorrebbe che ci fossero esperienze di realtà virtuale e di realtà aumentata. I dati sono molto significativi, se si pensa che l’84 per cento già utilizza strumenti elettronici, e dunque ne vorrebbe di più, e che la percentuale di coloro che pensano che la perenne connettività sia una distrazione è calata dal 35 per cento al 16 per cento in un anno. In poche parole, e al netto delle solite cautele sulle ricerche statistiche, la maggioranza degli insegnanti americani non considera più la tecnologia come un potenziale nemico dell’apprendimento.

 

Sembra ovvio? Non tanto e, di sicuro, non in Italia. I prof. di tutto il mondo, che a dispetto delle critiche svolgono un lavoro stressante, sono spesso tentati dalla fallacia “o tempora, o mores!”, ossia dal lamento sul fatto che ora non è più come una volta e, si sa, una volta era meglio: gli studenti studiavano di più (ovviamente quando “noi” eravamo studenti), imparavano di più, capivano di più. E in tutto questo processo gran parte della corruzione deriva dalla tecnologia, dalla televisione giù giù fino a Instagram. Non parliamo poi della realtà virtuale o aumentata, veri mostri di corruzione, che renderanno non pensanti – di sicuro – i ragazzi della prossima generazione.

 

A questa fallacia temporal-tecnologica basterebbe rispondere che visto che le cose vanno di male in peggio almeno dai tempi di Cicerone – ma ci sono frasi ben più antiche nello stesso senso – o siamo partiti veramente in alto (il paradiso terrestre) o siamo finiti veramente in basso. Purtroppo, con tutto questo studio, tutta questa sapienza, tutto questo senso critico, l’umanità del passato non è riuscita a evitare guerre, genocidi, ingiustizie e malvagità di ogni genere e tipo, oltretutto spesso perpetrate da chi si lamentava dei tempi presenti ed elogiava la saggezza antica. L’alto e il basso si distinguono ben poco. La verità è che in tutti i tempi i giovani apprendono cose nuove e ne dimenticano di vecchie, con il costante ritmo dell’evoluzione umana che, nelle cose nuove e in quelle antiche, acquista e perde sempre beni e mali.

 

Più profondamente, però, l’analisi riportata da Quartz mette in luce il problema della relazione con la tecnologia. Educati da decenni di studi heideggeriani, la tecnica è sempre vista con sospetto, come origine di mostruosità. E a questa concezione si aggiunge, almeno in Italia, l’inquietudine un po’ ottocentesca con cui la chiesa cattolica guarda la tecnologia, come possibile disumanizzazione dell’uomo. Per cui non si dice proprio che la tecnica è cattiva, ma si dice di maneggiarla con molta cautela.

 

In realtà, ciò che è pericoloso non è la tecnologia e neanche solo la libertà che la utilizza. Già quarant’anni anni fa il gesuita Ong aveva fatto notare che anche la scrittura era ed è una tecnologia e che, con l’avvento di essa, si è perduta la capacità mnemonica, evocativa, narrativa, comunitaria propria della cultura orale. Dovevamo maneggiare la scrittura con cautela? Il problema vero è nella concezione della tecnologia, da cui l’uso discende. La tecnologia raramente è concepita come parte del “gesto” con cui l’uomo conosce il mondo. La scrittura come la realtà virtuale possono far parte di noi, del nostro modo di conoscere attivamente ciò che ci circonda. Come la mano o il piede, e la testa (!), la tecnologia diventa pericolosa quando viene concepita isolatamente, come puro strumento che può essere impugnato per governare il mondo: allora sì, che nasce il delirio d’onnipotenza scientista.

 

Contrariamente a quanto spesso si dice, che la tecnologia sia gesto o strumento non dipende tanto dalla bontà morale del soggetto che la utilizza ma piuttosto dal tipo di atteggiamento mentale, che può considerare ciò che si inventa come parte della propria intelligenza aperta al mondo o, invece, secondo il razionalismo, come una leva meccanica in mano a un invisibile padrone. Forse è ora di cambiare paradigma e di chiudere con razionalismo e scientismo, e forse gli insegnanti americani l’hanno capito.

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