La riservatezza non è un’idea immutabile

Davvero possiamo accettare di perdere la nostra privacy in cambio di maggiore sicurezza? Il caso Apple, il terrorismo, il nuovo Patriot Act e poi il caos grillino. Girotondo di opinioni
La riservatezza non è un’idea immutabile

Ancora una volta ci troviamo a dover scegliere tra libertà e sicurezza. Una scelta che, in momenti come questo, è troppo facile orientare verso la sicurezza, ma altrettanto miope e pericoloso. Sarebbe ingenuo pensare alla privacy come concetto immutabile. Un esempio? dobbiamo arrivare alla seconda metà del Settecento perché gli architetti introducano il concetto di corridoio. Prima di allora per andare da un punto all’altro della casa era normale passare attraverso le singole stanze. Stanze nelle quali gli inquilini erano presi dalle loro attività quotidiane: mangiare, dormire, lavarsi. Un stile architettonico che accomunava le case dei villani e quelle dei signori. Madame de Maintenon, raccontano gli storici, dormiva nella stessa stanza in cui suo marito Luigi XIV riceveva i ministri: “mentre il re discute le cameriere la spogliano e l’aiutano ad andare a letto”, narrano le cronache. Nulla di strano tutto sommato, se si pensa che pare che il Re Sole fosse aduso ricevere seduto sulla “seggetta”.

 

Tuttavia se pensiamo alla privacy come il “diritto di essere lasciati soli”, in un mondo in cui esser soli per scelta è sempre più difficile, ci troviamo di fronte a un diritto che non solo va tutelato con tutta la forza di cui siamo capaci, ma rispetto al quale sarebbe pericolosissimo abdicare. E non solo per questioni etiche o di principio, ma anche – nel caso della disputa tra Fbi e Apple – per mere ragioni di convenienza. Che succederebbe se esistesse uno strumento in grado di leggere qualsiasi contenuto riservato presente in un device? E che succederebbe se questo strumento finisse nelle sbagliate? O, ancora peggio, chi determina quali siano le mani sbagliate? Quale sarebbe il danno – in termini di sicurezza – se ad essere aperti non fossero i cellulari “dei cattivi”, ammesso che sia sempre possibile stabilire chi sia il cattivo? Insomma: per “aprire” i contenuti di un singolo device è necessario disporre di uno strumento in grado di aprirli in qualsiasi device. E avere questo strumento, oltre a rappresentare una sconfitta in termini ideali, è un rischio che non possiamo permetterci.

 

Stefano Epifani è professore di Social media management all’Università La Sapienza di Roma

 

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