La privacy è morta e sepolta

Davvero possiamo accettare di perdere la nostra privacy in cambio di maggiore sicurezza?
Il caso Apple, il terrorismo, il nuovo Patriot Act e poi il caos grillino. Girotondo di opinioni
La privacy è morta e sepolta

Dicono giustamente che per difendere la sicurezza dei cittadini non si può comprimere la libertà e la privacy di nessuno, compresa la libertà d’espressione, ma io sono abbastanza scettico sulla credibilità di queste affermazioni. Sono convinto che la privacy come era intesa anche soltanto vent’anni fa, come garanzia assoluta dell’intimo dell’individuo, sia morta e sepolta da tempo. Personaggi come Kerouac, vagabondi che passano da un luogo all’altro senza essere notati né registrati, oggi non potrebbero più esistere. Il problema ormai non è più preoccuparsi per la violazione della privacy tradizionale, perché il controllo è pressoché totale. Il punto è lo stadio successivo, quello che potremmo definire come privacy di secondo livello, che è l’unica che siamo ancora in tempo a tutelare e che concerne la diffusione degli elementi che emergono dalla violazione della privacy di primo livello. La diffusione comprende naturalmente la pubblicazione attraverso i media, e questo apre il delicatissimo tema della libertà d’espressione, che deve rimanere a tutti i costi sacra, e dell’autoregolamentazione degli organi di stampa.

 

La morte della privacy è avvenuta anche a causa di un incredibile avanzamento tecnologico. Guardiamo ad esempio al caso di Hacking Team, società italiana leader nella creazione di strumenti di spionaggio. Esso dà idea delle guerre stellari che si stanno combattendo in questo campo, guerre nelle quali noi spesso siamo costretti a difenderci con una manciata di articoli del Codice penale – mi riferisco agli articoli 615ter e seguenti –, spesso inadeguati alla situazione attuale. In un contesto in cui queste violazioni diventeranno sempre più problematiche, bisognerà riconsiderare la notevole offensività di tali reati che attualmente vengono ritenuti, quanto la pena, molto meno gravi di un furto al supermercato. Basti pensare che l’accesso a una banca dati oggi viene punito con un massimo di soli quattro anni di reclusione. L’intervento di Apple in questo dibattito mi sembra ipocrita e rispondente più che altro a logiche di mercato. Il doppio standard della società, che in paesi autoritari come la Cina è piuttosto accondiscendente alle esigenze del governo, mostra che Apple non ha la credibilità per ergersi come vestale della privacy. Smartphone, tablet, webcam, tecnologie di riconoscimento facciale, big data, strumenti di spionaggio informatico come quelli di Hacking Team: in questo mondo parlare di privacy è risibile. Non può essere più controllata al primo livello, quello dell’intimità. E’ sul secondo livello, quello della pubblicazione, che dobbiamo lavorare senza pregiudizi e con grande rigore.

 

Piero Tony è ex procuratore capo di Prato
(testo raccolto dalla redazione)

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