Ma quale Silicon Valley

Parlare di start-up in Italia è ancora difficile, figurarsi fondarne una e farla crescere senza scappare all’estero. Breve viaggio tra chi prova a cambiare le cose
Ma quale Silicon Valley

Biciclette colorate davanti alla sede di Google nella Silicon Valley, California

Come fa una start-up a diventare di successo? Questa domanda è ormai un’ossessione. La letteratura di genere descrive gli startupper come eroi più che come imprenditori. Loro sì che si mettono in gioco, assumono i rischi e seguono i propri sogni. Si parla di pensiero non convenzionale, di volontà di distruggere il passato per conquistare il futuro con tecnologie dirompenti. A volte sembra che per essere di successo basti indossare ogni giorno un’anonima t-shirt grigia come Mark Zuckerberg, il ceo di Facebook, o un maglioncino abbinato a jeans e a un paio di sneakers, come faceva Steve Jobs, fondatore di Apple, o meglio ancora iniziare la propria attività in un garage, come ha fatto Amazon.

 

La realtà delle start-up è in crescita ed è sempre più grande, si creano programmi di accelerazione, si discute sui fattori che una start-up deve avere per arrivare al successo e ogni volta le istruzioni sembrano più semplici. Ma il segreto? Se c’è, sembra che nessuno voglia rivelarlo.

 

Portare una nuova impresa al successo è un mestiere duro, in America in media le start-up muoiono dopo 20 mesi di vita e dopo aver raccolto 1,3 milioni di dollari.

 

Ma negli Stati Uniti già si sente dire che l’epoca d’oro degli ultimi dieci anni è giunta al termine. Alcuni sostengono che il mercato stia per diventare saturo e le finestre di opportunità per le start-up debbano ricercarsi in mercati più tradizionali in cui i competitori siano meno aggressivi. Sta per arrivare un vento di cambiamento caratterizzato da minori capitali, inferiori valutazioni e grandi giganti tecnologici che domineranno il mercato. Raccogliere ingenti capitali per lanciare il 90 per cento delle start-up di software non sarà più un prerequisito fondamentale.

 

In attesa di vedere come si evolverà il mercato internazionale è il caso di domandarsi: l’Italia a che punto si trova?

 

Una Silicon Valley italiana?

 

Molti si chiedono se ci sia un corrispoettivo della Silicon Valley in Italia. C’è chi dice sia a Milano, chi a Roma e chi prova a dire Trieste. Il sogno di vedere una Silicon Valley italiana a Trieste è quello di TILT (Teorema Incubation Lab Trieste), un’iniziativa tecnico-scientifica per lo sviluppo di imprese innovative nel mercato dell’Information Technology, il cui progetto è stato presentato al pubblico martedì 1° marzo.

 

Ideatore del progetto è Teorema Engineering, un’azienda italiana di IT focalizzata nel supportare le aziende nei loro processi di Digital Transformation. Il partner di riferimento è AREA Science Park, primo parco scientifico e tecnologico nazionale che opera sotto il controllo del Miur, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. All’iniziativa collaborano anche l’Università degli Studi di Trieste, il Comune di Trieste e Microsoft.

 

TILT vuole offrire tutti i servizi necessari alla formazione e all’avvio dell’impresa: laboratori e ricerca, supporto per la realizzazione del business plan, sede e spazi di lavoro all’interno di AREA Science Park, tecnologia Microsoft, il supporto di marketing per la promozione e la rete commerciale per l’ingresso nel mercato e infine, l’accesso a un network di finanziatori. Inoltre, per chi non ha ancora la possibilità di dedicarsi allo sviluppo, Teorema Engineering mette anche a disposizione tutto l’hardware e i software necessari oltre a condividere prototipi di programmi e progetti.

 

L’obiettivo di TILT è fondare un distretto altamente tecnologico che agisca da polo attrattore per l’insediamento di imprese innovative e il loro sviluppo nel mercato dell’Information Technology.

 

La selezione delle start-up avviene in base al livello d’innovazione proposto dal progetto e alla coerenza e strategicità rispetto alle attività di Teorema e dei partner nel mercato dell’Information Technology, in particolare nello sviluppo di progetti di Iot (Internet of things, l’Internet delle cose), digital marketing, e-commerce, tecnologia di stampa 3D, realtà virtuale, applicazioni mobile e sviluppo di nuove tecnologie che favoriscano la digital trasformation. Finora TILT ha ricevuto 60 progetti, ne ha approfonditi 12 e ha scelto 2 start-up per l’avvio.

 

Presentando il progetto, il direttore Generale di AREA Science Park, Stefano Casaleggi, ha spiegato che “l’obiettivo che vogliamo portare a casa sono dieci risultati di successo nel primo anno. La missione è di ottenere risultati subito perché questo è mondo che si muove veloce. Vogliamo diventare un modello”.

 

Verrà lanciato nei prossimi mesi anche School of Startup (Sos) come percorso formativo, un’esperienza di 6 mesi per neolaureati e laureandi che vogliono sperimentare la vita in una start-up, dal business plan alla realizzazione del progetto, senza impegnare capitali o rischiare investimenti. I progetti realizzati da Sos sono orientati al mondo del no profit e al servizio della comunità. Inoltre, dal 2 Maggio verrà aperto un nuovo bando per start-up che vogliono entrare in TILT.

 

Michele Balbi, Presidente di Teorema, ha spiegato: “Il progetto di TILT prevede un investimento pari a centomila euro per ogni start-up, in cambio del 15 per cento dell’equity in media, percentuale assolutamente non fissa che varierà a seconda dei casi specifici. All’inizio il modello d’assistenza alle start-up sarà costituito da un modello ingegnerizzato. I primi diciotto mesi sono molto simili per tutte le start-up, poi l’evoluzione segue un processo sartoriale: viene personalizzato il modello in base alle esigenze della singola impresa per farla crescere. Con le tre sedi di Teorema a Trieste, Milano e Padova possiamo aiutare a fare networking, coaching tecnologico fino alla creazione del prodotto, aiutare a portarlo sul mercato e inserirlo nel marketplace per renderlo mondiale”.

 

Sui problemi che l’Italia affronta, Carlo Purassanta, amministratore delegato di Microsoft Italia sottolinea quello dei fondi: “In Italia i Venture Capital hanno investito 104 milioni di euro in aziende innovative, in Francia un miliardo e otto, in Inghilterra quattro miliardi e tre, mentre a New York 7 miliardi e a San Francisco 27 miliardi. Non serve per forza un grande ammontare di denaro per creare cose fantastiche. Ognuno di noi può fare qualcosa, ci sono gli ingredienti e c’è la volontà. Ma a un certo punto dell’attività servirà un milione di euro, e sarà necessario andare all’estero. O noi creiamo un contesto di sviluppo oppure la start-up se ne va a San Francisco e in dieci giorni trova un milione di euro di finanziamento. Bisogna creare le condizioni per offrire il sostegno adeguato. Inoltre, bisogna trovare start-up che sviluppino progetti per cui l’Italia può e deve eccellere nel mondo”.

 

Andarsene all’estero ma non troppo

 

Decisyon è un esempio di impresa che quando ha deciso di espandersi e orientarsi a un contesto internazionale, è volata a San Francisco per raccogliere i fondi necessari per fare il salto di qualità. Fondata nel 2005 da Franco Petrucci con Antonio Vivalda, sviluppa soluzioni di internet of everything che analizzano i big data raccolti dalle linee di produzione e offrono una piattaforma collaborativa in cui le persone possono ragionare sui dati e prendere decisioni. Le soluzioni di Decisyon connettono i sensori delle linee di produzione con i processi, ad esempio il rifornimento magazzino con l’andamento della linea di produzione, e con le persone, gli operai di linea e i responsabili delle linee di produzione condividono le analisi in chat. Cosimo Palmisano, Vicepresidente di Decisyon, spiegava martedì scorso a Trieste: “L’internet of things non è fatto dai sensori e dalle raccolte di big data, ma da milioni di persone: professionisti, fornitori, clienti, team che devono poter prendere decisioni sui processi di produzione collaborando attorno ai dati forniti dalle macchine.”

 

Il sistema di Decisyon è strutturato come una sottospecie di social network aziendale in cui sono presenti dei sistemi di messaggistica dove le macchine dialogano tra loro con parole e non con codici. Ad esempio, le macchine della linea di produzione dei pacchetti della Ciobar Cameo segnalano cosa manca e il sistema di logistica del magazzino risponde se le scorte per il confezionamento sono presenti o meno. In aggiunta esiste un luogo simile alla bacheca di Facebook in cui, partendo dai big data raccolti e analizzati dalle macchine, i responsabili possono ritrovarsi e vedere tutti i contenuti pubblicati su quel tema come ad esempio dati, file excel ed email. In questo modo si possono prendere decisioni sul cambiamento di alcuni aspetti della produzione in tempo reale. L’ultimo passaggio del processo sarà quello di trasformare in sensori anche automobili ed elettrodomestici, raccogliendo i feedback dei consumatori che andranno così ad incidere direttamente sulla produzione.
Dopo aver operato in ambito nazionale per quattro anni, nel 2009 Petrucci ha voluto competere nel mercato globale. Poiché i capitali in Italia erano inadeguati, è volato in Silicon Valley, dove ha trovato un altro socio, Cosimo Palmisano, e insieme sono riusciti a ottenere un finanziamento dal fondo d’investimento Axel Johnson per 15 milioni di dollari. Grazie a questo finanziamento Decisyon è riesca ad aprire in America, a ottenere 200 clienti e ad avere una presenza in undici paesi nel mondo. In seguito, si è accaparrato un altro importante e ingente finanziamento da 22 milioni di dollari da un gruppo di investitori guidati dalla società di growth equity CatalystInvestors. E’ il più grande investimento arrivato da oltreoceano a un’azienda italiana negli ultimi quindici anni. La sede di Decisyon, nonostante questi investimenti esteri, è rimasta a Latina, dove dà lavoro a cento ragazzi, molte dei quali provenienti dalla facoltà di ingegneria informatica della locale sede de La Sapienza.

 

Cosimo Palmisano, vicepresidente, dà al Foglio la sua opinione sulla situazione italiana: “Negli ultimi cinque anni ci sono stati molti cambiamenti a livello culturale nel mondo delle start-up. Adesso l’Italia ha capito cosa significa fare questo tipo di impresa, si sta concentrando su come sviluppare le start-up e il prossimo passo sarà rivolto a capire come farle fondere con le grandi aziende. C’è un ricambio culturale anche da parte delle aziende italiane che stanno imparando a chiedere alle start-up idee e soluzioni innovative. Hanno capito che le start-up sono più disponibili, economiche e flessibili”.

 

Più attenzione per le imprese

 

Questa inversione di tendenza si può notare ad esempio nal programma ad hoc di Enel, Enel Startup, che ha come obiettivo di affiancare le nuove imprese che vogliono portare innovazione nel mondo dell’energia. Enel si offre come partner strategico e industriale, fornendo il know-how, le strutture e una rete internazionale per sostenere queste nuove realtà attraverso partnership con fondi di venture capital, università, centri di ricerca e incubatori. Per ora hanno valutato 1.200 start-up e hanno venti collaborazioni attive.

 

In Italia restano ancora diversi problemi per chi vuole aprire e sviluppare start-up. Continua Palmisano: “Senza dubbio i fondi d’investimento sono deboli e pochi. Un’azienda che punta ad avere un respiro internazionale non riesce a farlo con i fondi presenti sul territorio. Quello che serve è attrarre fondi d’investimento stranieri. Portare investimenti in Italia è molto difficile, ecco perché è assolutamente necessario creare il contesto adatto. Un altro punto debole dell’Italia è la scarsa focalizzazione sui clienti: le start-up devono andare velocemente sul mercato e bisogna essere aggressivi.”

 

Serve davvero una Silicon Valley?

 

L’Italia, senza dubbio, non è un paese facile dove costruire un’impresa, soprattutto perché l’ecosistema imprenditoriale è fortemente influenzato dall’economia del paese. Ciò è ancor più complicato se ci poniamo come obiettivo quello di imitare un modello che è molto lontano dalla nostra realtà e dalla nostra cultura. Ci serve davvero una Silicon Valley italiana? O ci servono più start-up che sfruttino settori per cui c’è già un’eccellenza italiana? E riuscire a essere il leader mondiale in questi campi? Il made in Italy continua a conquistare tutto il mondo ed è certamente un’opportunità da sfruttare.

 

Il problema che affrontano le start-up in Italia, oltre al problema del reperimento di fondi, è quello alla base della definizione proprio del termine di start-up fornita da Paul Graham, fondatore dell’incubatore per eccellenza, Y Combinator. “Una start-up è una società che cresce in fretta. Tutto ruota intorno alla crescita. La crescita è il motivo per cui i Venture Capital vogliono investire nelle start-up: non perché i ritorni sono alti, ma perché generare ritorni da capital gain è più semplice che generarli dai dividendi.”

 

[**Video_box_2**]Quello che manca è la crescita, le start-up italiane non crescono velocemente. Chi permette la crescita della start-up non sono solo i fondi ma sono anche i clienti.

 

Il fatto di ricevere fondi dovrebbe mettere la start-up nella posizione di vendere il proprio prodotto. Se la start-up non vende abbastanza rischia di rimanere a corto di contanti e continua ad avere bisogno di ulteriori investimenti. Ovviamente qualcosa non funziona. Se non si cresce, si rischia, inoltre, di perdere quote di mercato a favore dei competitori e quindi perdere clienti.
Al contrario il mercato americano è anche troppo focalizzato sulla crescita, le start-up ricevono milioni come investimenti e li bruciano come niente per andare avanti, per riuscire a ottenere le perfomance prefissate in modo tale da vendere la impresa al miglior offerente. Questo modello, poi, rischia di cancellare la visione dell’imprenditore di lungo periodo e ridurre la creazione di start-up a mero profitto. Potrebbe venir a mancare la crescita in termini di impatto sulle comunità locali, di quell’ideale che l’imprenditore seguiva quando ha deciso di iniziare l’attività.

 

Inoltre, lo spazio d’azione della nuova impresa rischia di ridursi all’ammontare degli investimenti che si riesce a portare a casa. Amazon per nove anni non ha visto un profitto ed era comunque leader del settore dell’e-commerce. E Uber potrebbe essere un altro esempio. Secondo Bloomberg, Uber ha raccolto più di 10 miliardi di dollari di fondi, aggiudicandosi una valutazione di 51 miliardi di dollari, però sembra che il business non generi abbastanza profitto. Ha un profitto in 80 città americane, mentre secondo un’intervista del ceo, Uber perde un miliardo di dollari all’anno nel mercato cinese.

 

Nonostante i numerosi luoghi comuni che circolano a riguardo, fondare e far crescere una start-up è un mestiere duro. Il perché lo spiega ancora una volta Paul Graham: “Quando si crea una start-up ci si prefigge di risolvere un problema più arduo di quanto le normali imprese si propongono di risolvere”.

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