Perché la legge sulla sharing economy può uberizzare il mercato italiano

Lo Sharing Economy Act che si propone di “disciplinare le piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi”, il mercato immobiliare italiano e quelle start-up italiane che possono lanciare una sfida al modello Airbnb. I casi Yi-Ton e Italianway.
Perché la legge sulla sharing economy può uberizzare il mercato italiano
Sharing Economy Act” è stata chiamata la proposta di legge numero 3.564 con cui dieci deputati appartenenti all’ Intergruppo parlamentare “innovazione”  si propongono di “disciplinare le piattaforme digitali per la condivisione di beni e servizi” e di “promuovere l'economia della condivisione”.  “#LaCasaNonSiTocca!” è l’hashtag lanciato da Beppe Grillo a proposito del decreto di recepimento di una direttiva europea sui mutui che consentirebbe alle banche di entrare in possesso di una casa dopo sette rate non pagate anche non consecutive, e per bloccare la quale i Cinque Stelle hanno occupato il corridoio di fronte alla Commissione Finanze. In apparenza, si tratta di due cose piuttosto diverse. La proposta di legge riguarda un tipo di economia legata alle nuove tecnologia, riguarda un presente che guarda al futuro; la direttiva, comunque la si voglia giudicare, si ricollega invece a quello che è in Italia è un problema che si trascina dal passato: cioè un mercato della casa da sempre asfittico proprio perché normative eccessivamente favorevoli agli inquilini hanno reso anti-economico affittare. Gli italiani sono stati dunque costretti a diventare proprietari in massa, con tutti i relativi problemi: dalla fiscalità ai mutui. Ma forse la contemporaneità non è casuale. Proprio la sharing economy potrebbe infatti consentire di superare tutta una serie di storiche strozzature dell’economia italiane, di cui quella del mercato delle locazioni non è che una delle più vistose. E la formalizzazione della sharing economy potrebbe permettere di ricostruire un quadro normativo su nuove e più attuali basi.

 

In particolare, ciò viene suggerito da due tra le più recenti startup italiane, che si rivolgono appunto ai proprietari di immobili sfitti che sono timorosi di darli in locazione secondo le modalità tradizionali. Yi-Ton, creata dall’architetto Cristiana Sardella e dalla giovane imprenditrice cinese Giorgia Zhou, si rivolge al mercato in crescita degli studenti cinesi iscritti alle università italiane grazie ai programmi Marco Polo e Turandot:  solo nel 2015, le pre-iscrizioni sono state 4.000, tra il 2008 e il 2015 le candidature sono state 20.000, e negli ultimi dieci anni i cittadini cinesi che hanno frequentato i nostri atenei sono stati 33.000. Yi-Ton offre ai giovani cinesi immobili da affittare in totale sicurezza, senza rischi e con pagamenti puntuali e sicuri, contando sull’affidabilità della loro cultura e sul loro bisogno di trovare interlocutori. E all’immobile aggiunge altri servizi ad hoc: sia per i proprietari, come ad esempio la ristrutturazione degli immobili a prezzi competitivi, l’inventario dei beni, servizi di manutenzione; sia per gli affittuari, come l’assistenza medica, l’iscrizione all’ateneo scelto, il disbrigo delle pratiche per il permesso di soggiorno, il trasferimento da e per l’aeroporto. Italianway si propone invece come una sfida italiana ad Airbnb, anche se per ora è centrata solo su Milano, dove comunque gli immobili sfitti mai affittati sarebbero 30.000. Da un anno Davide Scarantino e Gianluca Bulgheroni, due architetti amici di famiglia dai tempi dell'infanzia, gestiscono dunque un servizio di locazioni brevi a scopi turistici che riguarda per ora un centinaio di appartamenti, ma che conta di arrivare entro fine anno a 400.

 

[**Video_box_2**]In relazione alle polemiche che hanno riguardato il modello Uber, i sostenitori della Sharing Economy sono stati spesso accusati di volere “uberizzare” l’economia. In realtà, però, la proposta di legge contiene un articolo, il numero 4, che definisce in dettaglio dei criteri di identificazione dai quali proprio Uber resterebbe fuori (vengono esclusi i servizi a tariffa fissa). Anche Airbnb, altro logo simbolo della sharing economy, verrebbe svantaggiato rispetto a realtà tipo BlaBlaCar, UberPop, EatWith o TaskRabbit per il fatto che la legge stabilisce un’aliquota fiscale del 10 per cento solo al di sotto dei 10.000 euro all’anno: sommabili con diversi servizi. In questo caso, le stesse piattaforme sono incaricate di trattenere la cifra, agendo per sostituto d’imposta. Sopra i 10.000 euro, invece, gli introiti sono considerati redditi veri e propri. Comunque, è d’obbligo che il pagamento sia digitale.

 

Ovviamente, tutto ciò potrà causare discussioni, ma i proponenti non solo non se ne spaventano: le sollecitano addirittura per migliorare il testo (che  sarà online fino al 16 maggio). Commenti e proposte saranno dunque presi in considerazione per la stesura del testo definitivo. Secondo gli stessi promotori, la formalizzazione della sharing economy potrebbe elevare il gettito fiscale da 150 milioni a 3 miliardi entro il 2025.   

 

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