C’è un motivo se il Giappone ipertecnologico si serve ancora di tecniche antiche

La tradizione del maki-e, la passione di Maria Antonietta. “L’esperienza e la conoscenza del passato è necessaria per arrivare alle tecniche di oggi, e del domani”, spiega al Foglio Yutaro Shimode, uno dei più famosi maestri della tecnica tradizionale giapponese.
C’è un motivo se il Giappone ipertecnologico si serve ancora di tecniche antiche

QRIO, uno dei primi robot antropomorfi della Sony uscito di produzione nel 2006, si inchina a uno dei suoi ingegneri

Roma. In principio era la ceramica. La multinazionale Kyocera, per esempio, una delle più grandi società giapponesi nel mondo che oggi produce praticamente di tutto – dai sistemi ad alta tecnologia agli impianti a energia solare – fu fondata a Kyoto nel 1959. Si chiamava Kyoto ceramic company, aveva ventotto dipendenti e un solo prodotto: un isolatore a U in ceramica, che fu prima usato nei televisori a tubo catodico e poi arrivò fino alla Nasa, dove ancora viene usato come isolante. La ceramica, dicevamo, ma non solo. Sempre a Kyoto, nel 1875, fu fondata un’azienda che produceva altari buddisti, un’attività che richiedeva l’uso di particolari strumenti di precisione e conoscenze di chimica e fisica. Così, nel corso degli anni, l’azienda si specializzò nella produzione di quegli stessi strumenti. Nel 2002 un dipendente della Shimadzu corp., Koichi Tanaka, ha vinto il premio Nobel per la Chimica. Yutaro Shimode, sessantun anni, è uno dei più famosi maestri della tecnica tradizionale giapponese maki-e, un metodo decorativo che utilizza la lacca urushi e la polvere di metallo, soprattutto oro. Shimode però insegna anche al Kyoto Institute of Technology le applicazioni future delle tecnologie convenzionali. Eccolo, il segreto dell’antica capitale giapponese Kyoto, così come lo spiega al Foglio Shimode: “L’esperienza e la conoscenza del passato è necessaria per arrivare alle tecniche di oggi, e del domani”. Il maestro è in Europa per la prima volta, e ha portato giovedì scorso il maki-e a Roma, in un incontro al museo d’Arte orientale Giuseppe Tucci per il 150° anniversario dei rapporti diplomatici tra Italia e Giappone.

 



 

“Per la tecnica maki-e si usa una particolare lacca, chiamata urushi, una linfa che si estrae dall’albero omonimo che cresce nel sudest asiatico”, dice al Foglio Shimode. Secondo alcuni ritrovamenti la lacca per la decorazione viene usata sin dal periodo Jomon, vale a dire da novemila anni. Il più antico  manufatto decorato con la tecnica maki-e, quindi con la lacca e le polveri di metalli, è una spada conservata a Nara, del 758. Intorno al 500, poi, i missionari cristiani in Giappone portarono le decorazioni dorate in Europa, e lentamente la tecnica maki-e divenne simbolo di ricchezza e rango: la famiglia imperiale, i samurai, commissionavano manufatti agli artigiani di Kyoto, ma anche la Francia di Maria Antonietta. Se oggi perfino gioiellerie e grandi firme di penne stilografiche, per esempio, richiedono decorazioni in maki-e, Shimode ci spiega che in realtà la tecnica non ha niente di elitario: “L’oro è un metallo legato alla ricchezza, ma è unito all’urushi, all’albero, che è naturale e vivo”. Lo studio di Shimode a Kyoto ha una storia di un secolo, e ha lavorato spesso per la famiglia Imperiale. Ci vogliono almeno dieci anni di studio per imparare la tecnica: “La nostra bottega di Kyoto continua ad avere giovani allievi. I nostri ragazzi oggi si occupano di industria moderna, di design contemporaneo, ma la conoscenza della tecnica antica non appartiene al passato, non può estinguersi”, dice Shimode. Ed è l’essenza di Kyoto e del Giappone, questo riuscire a tramandare la conoscenza antica per favorire la tecnologia più moderna. Ma vale per tutte le cose? “Sì, certo, per tutto”. Quindi lei pensa che un robot non potrà mai sostituire un artigiano nella tecnica? Shimode ride, e fa segno di no con la testa: “Mai”.

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