Nessun pessimismo sull’occupazione: la tecnologia ci sta salvando

Apple e gli altri. Altro che deindustrializzazione e crisi, il mondo del lavoro ha solo cambiato geografia.
Nessun pessimismo sull’occupazione: la tecnologia ci sta salvando

La Apple sbarca a Napoli. E la Cisco, addirittura, va a Scampia. L’effetto è la sorpresa. Con lo smarrimento dei più smart e il malizioso arrovellarsi sui perché di tali eventi controintuitivi. E se stessimo, invece, assistendo ai primi segni di una mutazione? Imprevista dalla letteratura economica e che sta cambiando, come dice il titolo di un libro fortunato, la geografia del lavoro (Enrico Moretti “La Nuova geografia del lavoro”, Mondadori)? Fosse così ci sarebbe molto da ripensare. E molto da riscrivere nelle attempate e incanutite recitazioni sul Mezzogiorno, sui divari territoriali e sulle politiche per lo sviluppo. Nel saggio di Moretti si agitano tre protagonisti: la città, intesa come un nuovo ecosistema localizzativo, i prodotti e i servizi innovativi e persone portatrici di skills, laureati e specializzati. L’interazione di questi tre fattori, argomenta Moretti, sta portando a trasformazioni sociali impreviste, ad una vera rivoluzione. Tale da indurre a riscrivere la dinamica della distribuzione dell’industria e della ricchezza. Con fantastica dovizia di dati e descrizioni di case studies territoriali, il libro descrive un ridisegno in atto della geografia economica del lavoro. Il cui motore è l’innovazione. E i cui attrattori sono le città, “ecosistemi urbani”, come le definisce l’autore, che si presentano come ricettori, in competizione tra loro, per attrarre la randomica dislocazione del più potente fattore produttivo in atto: il capitale umano. Mosso, principalmente, nelle sue decisioni localizzative da pochi comprensibili drivers: un buon salario e incentivi immateriali (soddisfazione culturale, un decente sistema sanitario, fitness, benessere ambientale, incremento delle proprie skills professionali ecc). Visti dal lato del saggio di Moretti, ogni altro fattore fisico tradizionale (sostegni monetari alle imprese che si localizzano, facilitazioni fiscali, dotazione infrastrutturale ecc) passa in secondo piano. Pur senza scomparire, ovviamente. Quella indagata da Moretti è una vera rivoluzione. Che, naturalmente, inizia e ha sede negli Usa. Del resto se delle prime 20 società più capitalizzate al mondo,16 sono americane e delle prime 10 ben sei sono le majors di Internet, qualcosa vorrà dire. Moretti è ottimista: il caso americano non è isolato.

 

Al fondo degli effetti della grande crisi iniziata nel 2008, la rivoluzione dell’innovazione si estenderà, inevitabilmente, alla vecchia e lenta Europa. Che dovrà, anch’essa, rivedere la propria geografia del lavoro. E chissà che il sud europeo, analogamente a ciò che Moretti mostra di quello americano, dove città come Atlanta, Dallas, Houston, Austin hanno conosciuto una poderosa trasformazione, non possa sperimentare, grazie all’innovazione, una “rimonta economica”. Chissà che la Apple e Cisco a Napoli non ne siano un’avvisaglia. La letteratura economica sull’innovazione, anche quella più ottimistica ha ruotato, dalla fine degli anni 70, intorno ad una convinzione malthusiana: la dinamica della tecnologia, e dei posti di lavori creati dall’innovazione, non avrebbe mai compensato, quantitativamente, quelli che si sarebbero persi con il declino della vecchia manifattura, quella dell’industria e dei prodotti del 900. Nell’immaginario degli economisti (e dei sociologi e degli esperti di tecnologia ), la natura, prevalentemente, piccola e concentrata dell’azienda innovativa e del mondo pullulante delle start-up tecnologiche, non sarebbe mai riuscita a replicare le dimensioni, e il numero di occupati, della General Motors o della General Electric. Oggi quest’ultima arranca, nella piramide della Borsa mondiale, dietro Apple, Google, Microsoft. Ed è incalzata da Amazon e Facebook. La convinzione degli esperti si è rivelata una credenza. Fallace. Essa è servita ad alimentare un residuo anticapitalismo critico della globalizzazione. E ingessato da alcuni dogmi resistenti: quello che la geografia del lavoro avrebbe inseguito, con la delocalizzazione, il costo (basso) del lavoro; quello che la manifattura sarebbe diventata solo una “cintura di ruggine” nelle tradizionali aree industriali dell’Occidente; quello che l’industria innovativa sarebbe troppo costituzionalmente piccola per riuscire a bilanciare la devastazione delle tute blu; quello che le economie sviluppate sarebbero “crollate” sotto il peso di una terziarizzazione a bassa produttività conseguente alla deindustrializzazione; quello della dinamica della ricchezza che, abbandonato l’investimento produttivo per inseguire le convulsioni selvagge e i capricci del capitalismo finanziario (l’economia di carta) avrebbe divorato l’economia reale; quello, infine, che li riassume tutti: questa dinamica di deindustrializzazione e finanziarizzazione avrebbe creato una piramide inedita di diseguaglianze, dalla base troppo fragile per garantire stabilità al sistema. E’ il mondo di Piketty. Che, senza citarlo mai, Moretti distrugge con chirurgica e certosina incisività. Mostrando, con una impressionante e documentata descrizione di success cases economici, in ogni luogo del vasto continente americano, un altro racconto della globalizzazione. In esso l’economia reale non scompare affatto e non è mangiata da quella di carta. La cinematografia e la letteratura dei raiders di Wall Street, degli inebetiti disoccupati della Lehman Brothers con i loro scatoloni sottobraccio, delle manette ai giocatori di Borsa, della paura della Cina, insomma, l’America dei sub-prime e delle bolle, fissata dalle immagini del 2007/2008, ha distorto la realtà. L’America reale era un’altra. Anche nella crisi. Stava sotto i nostri occhi e non ce ne siamo accorti. Tramortiti dalla crisi monetaria e dall’illusione ottica della fine dell’economia reale.

 

L’irruzione, sulla scena dell’economia globale, dell’innovazione e la diffusione dei prodotti e dei servizi innovativi stava disegnando una “redistribuzione senza precedenti di impieghi, popolazione e ricchezza”. E in una direzione non piramidale e, banalmente, dicotomica come pretendono i neo marxisti. Ma con un sommovimento, profondo e complesso, del mercato del lavoro, delle sue dinamiche e della sua distribuzione territoriale. Nella nuova America di Moretti, la “ruggine” è visibile ancora sulla vecchia archeologia industriale di Detroit o Cleveland, come in una vecchia fotografia. Ma la nuova economia reale, basata su conoscenza e innovazione, cresce a ritmi travolgenti. Moltiplicando lavori e ricchezza. Anche negli anni della crisi. Consegnando una nuova geografia del lavoro. Fatta di un’espansione iperbolica di posti di lavoro nell’innovazione che pullulano in nuove città o in territori che hanno ridefinito la propria identità. La lettura malthusiana della globalizzazione risulta spiazzata da questa trasformazione americana.

 

Prendiamo la Apple. Oggi un iPhone vi arriva confezionato direttamente dalla Cina. Tutti hanno visto o sentito parlare di Shenzhen, la città di “un grattacielo al giorno” o del terzo aeroporto al mondo costruito in soli tre anni, dove in un modernissimo stabilimento-città di 400.000 persone si assembla l’iPhone. Mentre a Taiwan e a Singapore si fabbricano i componenti elettronici, cuore della piccola macchina. Se si osserva la catena del prodotto, nota Moretti, “forse un solo lavoratore americano ha toccato con mano l’iPhone che state utilizzando”. Che, da questo punto di vista, sarebbe decisamente un prodotto cinese. Ma tutto ciò che è “cervello” nell’iPhone – disegno, progettazione, ingegnerizzazione, software e applicazioni – ha sede negli Usa. Per ogni iPhone venduto nel mondo, negli Usa ritorna un valore del prezzo imparagonabile con quello percepito dai costruttori cinesi. E questo, forse, si sapeva. Non si sapeva (e non si credeva), invece, che quel valore tornato alla base generasse un numero di posti di lavoro, in alto e in basso nella piramide del mercato del lavoro, economia reale, che sopravanza il numero dei lavoratori di Shenzhen. Shenzhen non rimpiazza Cupertino o la Silicon Valley. Il lavoro in Cina, a Taiwan o Singapore non si traduce in carta o finanza in America. Ma in posti di lavoro americani reali e ben retribuiti. E a centinaia di migliaia. Un caso di win-win nel trade-off tra Usa e Cina o economie asiatiche. Altro che deindustrializzazione. Per descrivere la globalizzazione dell’industria innovativa, serve piuttosto la teoria economica ricardiana dei “vantaggi comparati”. Invece che quella dell’impoverimento malthusiano. I posti di lavoro cancellati nell’old economy sono rimpiazzati da quelli nell’advanced manifacturing. E la bilancia dei numeri è a somma positiva. E’ curioso: le tute blu americane sono numericamente discese (dal picco dell’industrializzazione del Novecento, che il libro di Moretti fissa nel 1978) ma oggi ognuna di quelle tute blu fabbrica beni per 180.000 dollari: il triplo del 1978. Numericamente ridotti, per effetto della disoccupazione da tecnologia, ma immensamente più produttivi. E meglio pagati. E se gli operai diretti, le tute blu, declinano in numero e lievitano in salario, per altre parti del mercato del lavoro funziona il contrario: aumentano in numero e in salario.

 

L’economia della conoscenza moltiplica i posti di lavoro. E con essa i salari. Il pessimismo malthusiano dell’inevitabile disoccupazione e impoverimento da tecnologia, non funziona. Sono almeno tre i settori industriali in cui l’advanced manifacturing si va rivelando come una potente leva di ri-localizzazione di posti di lavoro: quello della nuova industria delle piattaforme smart di comunicazione, delle tecnologie informatiche, della robotica, delle biotecnologie, dei prodotti sanitari, dei nuovi materiali, delle nanotecnologie; quello della grande manifattura “strategica” che non si delocalizza mai: l’industria tecnologica della difesa, ad esempio, o dell’aerospaziale; quello dei servizi innovativi, in ogni settore in cui si esprime una domanda di prodotti nuovi: dalla sicurezza all’ambiente, all’intrattenimento, al marketing e alla finanza. Nella sostanza, scrive Moretti, nell’economia della conoscenza “qualsiasi occupazione capace di creare nuove idee e nuovi prodotti” si rivela pervasiva e moltiplicatore di posti di lavoro. E “attrae” insediamenti produttivi e domanda pagante. Altro che deindustrializzazione e crisi. Niente si rivela, invece, più storicamente potente che la forza creativa del capitale umano, il booster dell’innovazione e della sua mercanzia. E’ curioso per i crollisti neo marxisti: il primo a intuire la forza espansiva del capitale umano, della conoscenza, del general knowledge, fu Karl Marx. Che lo chiamava ricchezza concentrata dal potenziale inestimabile per lo “sviluppo delle forze produttive”.

 

[**Video_box_2**]Torniamo a Napoli. E alla Apple. Alcuni hanno storto la bocca alla intenzione del colosso di Cupertino: più che capannoni, localizzare a Napoli la formazione di sviluppatori, i creatori delle fantastiche applicazioni dell’Apple store. Eppure è quella la vera forza degli oggetti di Apple: l’ingegneria che crea applicazioni, che sviluppa la rete e crea fidelizzazione agli oggetti di Apple. Ed è, anche, il suo segmento di lavoro e di capitale umano non solo meglio pagato ma, anche, più pervasivo e moltiplicatore di sviluppo. Dunque: meglio la formazione che il capannone. Anche per Napoli. Nel tradizionale meridionalismo con la sua metodologia per la riduzione dei divari territoriali, i driver della localizzazione industriale sono un complesso di strumenti “fisici” e materiali (disponibilità di aree dedicate, attrezzatura di esse, infrastrutture di trasporto, incentivazione fiscale, sostegno al capitale fisso ecc) che definiscono l’attrattività dell’area e stabiliscono la plausibilità di un investimento. Questo valeva, in forme variegate, per ogni tipologia di industria. E qualunque fosse la sua dimensione. Non è che oggi tutto questa strumentazione non serva più. L’oppressione fiscale e l’inerzia amministrativa saranno sempre un handicap formidabile alla localizzazione in Italia. Ma, quando si parla di industria innovativa o di advanced manifacturing, la variante veramente decisiva diventa il capitale umano. Oltre che per l’investimento materiale, le politiche pubbliche devono creare attrattività per esso: per persone professionalmente attrezzate che possano scegliere di localizzarsi in un’area prescelta. E qui la città e l’attrattività dell’ecosistema urbano hanno una funzione preminente. Grazie alla possibilità di presentare: offerta culturale; reti always on; prossimità di sedi universitarie, presenza di cluster innovativi, ecc. La cosiddetta politica industriale, nelle aree in ritardo, dovrebbe accompagnare ai tradizionali contenitori “fisici” nuovi stimoli, diretti ai fattori immateriali dello sviluppo: privilegiare l’apertura territoriale dei centri di conoscenza (università, centri di ricerca, istituti formativi, scuole specializzate), investire sulla dotazione ambientale e culturale di un luogo urbano; offrire ingegneria finanziaria e trattamenti incentivanti ai “cervelli” (sostegno fiscale dei brevetti, start-up innovative, hubs dell’innovazione, distretti tecnologici). La lezione americana del libro di Moretti è questa: anche città in precedente declino o del tutto nuove o, tradizionalmente, anonime possono “rimontare”. La re-industrializzazione non segue più i canoni delle tradizionali metodologie dello sviluppo. E’ più randomica. E, almeno, per l’industria e i servizi innovativi fa leva, piuttosto, su fattori “non fisici”, immateriali, della localizzazione: la capacità di un luogo di attrarre persone qualificate. E attrarre non significa solo ospitare “cervelli” da fuori ma anche impedire che i nativi più capaci vadano via. Attenzione: molte città meridionali, da questo punto di vista, non sono deserti infrequentabili. Ma presentano un ecosistema urbano che per storia e natura possono avere, per persone qualificate, un loro aspetto “interessante”. L’esempio americano del saggio di Moretti può cambiare i termini tradizionali della discussione sui divari italiani. La possibilità della Apple a Napoli dovrebbe indurre ad un cambio di mentalità. Chi ha detto che a trainare la rimonta del sud non possano essere, nella nuova economia dell’innovazione, le sue città? A partire dalla sua capitale?

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