Non solo Apple vs. Fbi. Perché sulla privacy lo scontro è mondiale

La disfida tra Apple e l’Fbi potrebbe finire al Congresso americano e costringere i rappresentanti del popolo a legiferare su una materia da cui finora, nonostante l’urgenza, si sono tenuti volontariamente lontani.
Non solo Apple vs. Fbi. Perché sulla privacy lo scontro è mondiale

Tim Cook (foto LaPresse)

Roma. La disfida tra Apple e l’Fbi potrebbe finire al Congresso americano e costringere i rappresentanti del popolo a legiferare su una materia da cui finora, nonostante l’urgenza, si sono tenuti volontariamente lontani. Il caso giudiziario potrebbe trascinarsi fino alla Corte suprema, e costringere i giudici a determinare una questione centrale che cambierà profondamente l’equilibrio tra diritti civili e lotta al terrorismo. Ma quella tra Apple e l’Fbi, guerra che si combatte all’incrocio tra privacy e sicurezza, è solo il fenomeno più evidente di una faglia ideologica sempre più frastagliata, di una divisione tra due schieramenti che non riguarda solo l’America e che da tempo è diventata impossibile da ricomporre. I fatti sono noti: la giudice del distretto centrale della California, Sheri Pym, ha firmato un’ordinanza in cui obbliga Apple a sbloccare l’iPhone appartenuto a Syed Rizwan Farook, il terrorista islamico della strage di San Bernardino. Apple protegge i suoi iPhone con sistemi di sicurezza così impenetrabili che nemmeno l’Fbi è riuscita a forzarli, e si è rifiutata di obbedire alle richieste del tribunale dicendo che creare un sistema di sblocco per il singolo iPhone di Farook (una “backdoor”) renderebbe vulnerabili tutti gli iPhone del mondo. Con una lettera pubblica che ha fatto molto scalpore, il ceo Tim Cook ha annunciato con toni drammatici che contrasterà l’ordinanza in ogni modo perché ne va della privacy e della sicurezza dei suoi utenti. La statura di Cook come leader d’opinione ha creato un dibattito mondiale.

 

Nessuno prima di lui aveva espresso con tanta chiarezza la posta in gioco, che è diventata altissima dopo gli attacchi di Parigi dell’anno scorso. E’ una questione che ricalca la polemica nata intorno al Patriot Act di George W. Bush, ma rispetto ad allora i sostenitori della privacy hanno molti più argomenti dalla loro parte, e questo rende il confronto più difficile da districare. Da un lato lo scandalo dell’Nsa rivelato da Edward Snowden ha mostrato i presunti abusi del potere governativo nella gestione delle informazioni dei cittadini e instillato il dubbio nei sostenitori della privacy. Dall’altro la scelta tra sicurezza e privacy ha smesso di essere davvero netta, perché in qualunque direzione si vada c’è un pericolo. Dare ai governi e alle forze dell’ordine un accesso privilegiato alle comunicazioni e ai device dei cittadini, attraverso una backdoor o un qualche sistema più ingegnoso, potrebbe rivelarsi un’arma fondamentale nella lotta contro il terrorismo. Avrebbe potuto perfino evitare gli attacchi del 13 novembre a Parigi, come ha detto giovedì il direttore dell’Nsa Michael Rogers, inasprendo la polemica. Ma potrebbe al tempo stesso esporci a nuovi e più capillari pericoli, che riguarderebbero questa volta non una singola città ma milioni di persone.

 

La questione è così inestricabile che gli stessi alfieri dei due schieramenti sono a disagio nelle loro rispettive posizioni. Tim Cook ha scelto il caso più estremo possibile per portare avanti la sua battaglia di princìpi, e rischia di essere additato come protettore involontario dei terroristi. Ma dall’altra parte l’Amministrazione Obama, che si è schierata con l’Fbi e i cui ufficiali da tempo chiedono esplicitamente delle backdoor per bypassare la crittografia dei device (non solo di Apple, ma anche di Google, che nelle ultime versioni suo sistema operativo Android usa delle protezioni simili), teme il contraccolpo davanti al suo elettorato liberal che potrebbe accusarlo di voler ridurre l’estensione dei diritti civili. Dietro di loro, l’opinione pubblica americana, dicono i sondaggi, è divisa perfettamente a metà, e questa divisione non ricalca le linee politiche tradizionali. La frattura tra privacy e sicurezza frammenta gli schieramenti dall’interno. Si prenda il Partito repubblicano. Tutti i candidati alle primarie hanno espresso la loro opinione sul tema e perfino una fazione dentro alla fazione, quella dei candidati più populisti, non è riuscita a mettersi d’accordo. “Chi si credono di essere” quelli di Apple, ha strillato Donald Trump schierandosi deciso a favore dell’Fbi, mentre al contrario Ted Cruz è da sempre un accanito contestatore dei tentativi di controllo della comunicazioni dei cittadini da parte delle forze dell’ordine.

 

La Silicon Valley e gli interessi economici

 

Anche la Silicon Valley non è compatta. Il ceo di Google, Sundar Pichai, con alcuni tweet timidi ha espresso il suo sostegno a Cook, ma gli altri giganti del tech, Facebook Microsoft Twitter, stanno zitti a vedere cosa succede. Qui entrano in gioco questioni d’interesse, perché se Apple, che guadagna soprattutto dalla vendita di hardware (ma non solo), può permettersi di posizionarsi commercialmente come “il brand globale della privacy”, come ha scritto il columnist del New York Times Farhad Manjoo, le altre compagnie guadagnano soprattutto dalla gestione dei dati degli utenti, e risultano meno credibili come paladine della privacy assoluta propugnata da Cook. Proprio il ceo di Apple, con una mossa velenosa, nei mesi scorsi aveva attaccato duramente il trattamento della privacy di Google, allargando la faglia nel mondo della tecnologia.

 

[**Video_box_2**]Ma anche la stessa Apple entra in contraddizione davanti alla professione di principio del suo ceo. Come ha notato Quartz, Cupertino ingaggia epiche battaglie civili contro il governo americano proprio mentre, in tema di privacy e cessione dei dati, accondiscende alle richieste simili e spesso più esose del repressivo governo cinese – alla stregua di tutte le compagnie tecnologiche americane, che non possono permettersi di perdere il miliardario mercato asiatico. Anche questo è un problema per la Silicon Valley: possiamo pensare di cedere il controllo ai governi democratici dell’occidente, dicono, ma quando sono i regimi a chiederlo? Anche loro dicono di voler combattere il terrorismo, come facciamo a rifiutare? Molti governi autoritari o in aria di autoritarismo, dalla Cina alla Russia, hanno approvato di recente leggi antiterrorismo o leggi sull’“economia digitale” che impongono ampi controlli governativi sui flussi di dati, e di certo se Apple sbloccasse l’iPhone di Farook sarebbero deliziati per il gustoso precedente. Ma anche i governi occidentali, colpiti dalla violenza del terrorismo, dividono le loro opinioni pubbliche con iniziative mirate ad aumentare la sicurezza. L’inserimento dello stato di emergenza in Costituzione da parte del governo socialista francese ha provocato accuse di autoritarismo, mentre gli inglesi sono combattuti davanti alle proposte di regolamentazione di internet del ministro dell’Interno Theresa May, che è arrivata a proporre un controllo capillare delle pagine web visitate da ciascun cittadino.

 

In tutto il mondo due schieramenti si fronteggiano da tempo l’un contro l’altro armati lungo la faglia ideologica tra sicurezza e privacy. Tim Cook ha solo scoperchiato una pentola il cui contenuto già ribolliva, anche se finora nessun Parlamento e nessun governo ha davvero affrontato direttamente la questione. Se il ceo di Apple ha un merito, è sicuramente quello di aver aperto il dibattito. Tutta ottima pubblicità.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi