L’algoritmo di Spotify conosce bene i nostri gusti. Forse un po’ troppo

Come funzionano le macchine che scelgono la musica per noi.
L’algoritmo di Spotify conosce bene i nostri gusti. Forse un po’ troppo

Roma. La musica è una scoperta che si fa in due. I nuovi artisti, i vecchi capolavori che si erano persi per strada, le canzoni sconosciute che si rivelano gemme sepolte hanno sempre avuto bisogno di due persone per essere trovati. Serviva un amico che registrasse una musicassetta o che oggi trasferisca file su una penna usb, serve un fratello maggiore che ci regali un cd, un innamorato che ci porti a un concerto di una band che non conosciamo, un dj che trasmetta alla radio il brano sconosciuto che si trasformerà in un successo. I consigli e le scoperte musicali si fanno in due, e spesso sono momenti preziosi. Ma con l’arrivo dei servizi di streaming online questi momenti rischiano di perdersi, perché a scegliere nuova musica, a comporre le playlist, a riflettere su quale nuovo artista ci potrebbe piacere non sono più persone che ci vogliono bene, ma degli algoritmi studiati da ingegneri e programmatori.

 

Il sito di tecnologia The Verge ha pubblicato un lungo articolo su Spotify, il servizio di streaming musicale più diffuso nel mondo con 75 milioni di utenti, sul suo eccezionale sistema di algoritmi e più in generale su chi (o meglio: che cosa) decide la nuova musica che ascoltiamo. Spotify ha inaugurato a luglio un nuovo servizio che si chiama Discover Weekly (in italiano è Scopri: Novità della settimana) e che grazie a un algoritmo consiglia a ciascun utente una playlist di nuova musica basata sui suoi ascolti precedenti. E’ un servizio enormemente più sofisticato di tutti gli altri algoritmi in giro su internet, è stato creato da una società che si chiama The Echo Nest, comprata da Spotify nel marzo del 2014, ed è molto efficiente. Spotify crea automaticamente un profilo della musica che ci piace basandosi sugli ascolti precedenti e confronta questo profilo con gli artisti del suo archivio per trovare quelli che sono più adatti a noi. In questo modo l’algoritmo compone una lista di nuovi artisti che potrebbero piacerci. Questo è un sistema abbastanza diffuso, ma Spotify fa un passo in più: per trovare la singola canzone da includere tra quelle degli artisti prescelti l’algoritmo (e qui sta il colpo di genio) esplora le playlist compilate manualmente dagli utenti con gusti simili ai nostri. In pratica capisce chi siamo e sceglie per noi le canzoni che piacciono agli utenti simili a noi. E’ un sistema innovativo, così stupefacente che l’ascolto delle prime playlist settimanali lascia a bocca aperta: canzoni perfette, artisti fantastici che non riesci a credere di non aver mai ascoltato. The Verge scrive che è un sistema capace di neutralizzare la concorrenza – anche quella di Apple, che con il suo Music, in cui le playlist sono selezionate a mano da degli esperti, sostiene con forza la necessità di un “tocco umano” nel mondo della musica.

 

[**Video_box_2**]The Verge si ferma qui, e non si accorge che in questo sistema perfetto c’è il rischioche l’algoritmo impari a conoscerci troppo bene. Nella playlist settimanale dopo un po’ iniziano ad apparire le band che abbiamo idolatrato al liceo, le canzoni che ascoltavamo in vacanza anni fa, le nostre vecchie passioni musicali che Spotify con efficenza ci propone senza sapere che li abbiamo già ascoltati, amati e poi dimenticati. L’algoritmo è fenomenale, difficilmente sbaglia un colpo, ma ci conosce così bene da scavare inconsciamente nella nostra memoria musicale, e da trasformare quelle che dovrebbero essere nuove proposte in una galleria di amori traditi. E’ un meccanismo simile a quello per cui le pubblicità su Google, anch’esse regolate da algoritmi, sono tutte troppo simili, e i consigli per gli acquisti su Amazon finiscono per proporci diecimila varietà degli stessi prodotti. Sono efficienti, e il fatto che gli ingegneri di Spotify siano riusciti a campionare meglio di chiunque altro una parte così intima dei loro utenti come i gusti musicali è incredibile e anche un po’ inquietante. Ma agli algoritmi manca ancora la capacità di sorprendere, che è troppo difficile da distillare, per ora.

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