Molta tecnologia, molti posti di lavoro

Da tempo il fantasma del neoluddismo si aggira nel mercato del lavoro mondiale. Ma nuovi studi mostrano che le macchine sono una manna per i lavoratori. Lungi dal distruggere il lavoro, la tecnologia è una “grandiosa macchina crea-mestieri”, si legge in un paper pubblicato dalla società di consulenza Deloitte.
Molta tecnologia, molti posti di lavoro

Da tempo il fantasma del neoluddismo si aggira nel mercato del lavoro mondiale. Dalle copertine dei più importanti magazine internazionali (l’Atlantic e l’Economist tra gli ultimi) alle proteste dei tassisti di Milano, la vulgata riesumata di recente è che i lavoratori devono guardarsi dalla tecnologia, perché nei prossimi decenni i robot impareranno a fare i nostri mestieri, ci ruberanno il lavoro e la disintermediazione renderà disoccupati. Per questo, come durante la rivoluzione industriale i seguaci di Ned Ludd distruggevano i telai meccanici, oggi i tassisti prendono a mazzate le macchine di Uber (e guai quando arriverà la macchina che si guida da sola) e i lavoratori di tutto il mondo, specie i meno qualificati, guardano con sgomento le statistiche secondo cui nei prossimi decenni non c’è impiegato o colletto blu che possa salvarsi dall’apocalisse robotica. L’idea è che nel futuro prossimo la tecnologia occuperà più posti di lavoro di quanti ne saranno creati, ma nelle ultime settimane una serie di studi autorevoli ha mostrato che la realtà è l’esatto opposto.

 

Lungi dal distruggere il lavoro, la tecnologia è una “grandiosa macchina crea-mestieri”, si legge in un paper pubblicato dalla società di consulenza Deloitte che prende in considerazione con abbondanza di dati gli ultimi 150 anni di mercato del lavoro in Inghilterra e nel Galles, dove la rivoluzione industriale è iniziata. “La quantità di lavori nell’economia non è fissa”, scrivono i ricercatori, e nell’ultimo secolo e mezzo la tecnologia, lungi dal renderci disoccupati, ha contribuito a un boom di lavori qualificati prendendosi a carico i più pericolosi e fisicamente intensi, segno che le macchine più che danneggiarci hanno moltiplicato le possibilità di lavoro. E’ della stessa opinione l’economista del Mit David Autor, che in un paper segnalato dall’Economist spiega che la rivoluzione delle macchine creerà più opportunità di quelle perdute, esattamente come negli ultimi decenni gli impiegati di banca non sono stati sostituiti dai bancomat, ma hanno imparato a gestire prodotti finanziari e rapporti con i clienti più complessi, tanto che dal 1980 e per tutta l’èra digitale il loro numero è aumentato – altro che impiegati spacciati.

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