Nel futuro della musica c'è più Larry Page che Jimmy Page

In una intervista a Wired due leggende come Jimmy Iovine e Dr. Dre spiegano perché vogliono salvare gli artisti da se stessi. Con un grande assente: le case discografiche
Nel futuro della musica c'è più Larry Page che Jimmy Page

La copertina del numero di settembre di Wired America

Forse la crisi del mondo della musica è solo una questione di hardware, di oggetti. E’ un panorama tutto diverso: per strada fino a dieci anni fa i ragazzi camminavano tutti con il walkman alle orecchie, e ascoltavano musica. Poi sono arrivati gli smartphone, e oggi i ragazzi chattano, fotografano, condividono immagini su Facebook. Alcuni – molti in realtà – ascoltano ancora musica, ma è quasi sempre un sottofondo, non scatta la passione viscerale. “Se chiedi a un ragazzo: ‘Devi scegliere tra la musica e Instagram’, lui non sceglie la musica. C’è stato un tempo in cui, per chiunque avesse tra i 15 e i 25 anni, la musica occupava il primo, il secondo e il terzo posto. Non è più così”. Per Jimmy Iovine, produttore leggendario che ha lavorato con John Lennon, Bruce Springsteen e infiniti altri, e che oggi è a capo di Apple Music, il problema è che la musica non è più al centro della vita delle persone, che in un mondo digitale dove tutti possono comunicare istantaneamente con il resto del mondo non è più la musica a trasmettere messaggi, a veicolare significati, a cambiare il mondo.

 

Iovine e il rapper non meno leggendario Dr. Dre, anche lui tra i dirigenti di Apple Music, sono sulla copertina del numero di settembre di Wired America, con foto molto patinate e un intento ambizioso: salvare la musica dalla decadenza. La musica, non le case discografiche, né il mercato ancora alle prese con una lunga transizione dai dischi fisici ai nuovi formati digitali che non riescono a coprire tutte le spese. Iovine e Dr. Dre hanno presentato Apple Music pochi mesi fa con toni rivoluzionari, ma per ora il servizio di streaming della mela si è rivelato molto più tradizionale del previsto – e per avere numeri affidabili sul suo reale successo c’è da aspettare ancora.

 

Iovine però è convinto che la crisi, che è quantificabile in numeri (il mercato si è ristretto dai 38 miliardi di dollari del 1999 ai 15 del 2014) ma anche in perdita di influenza sulla cultura pop, sia da imputare al divario tra musica e tecnologia: oggi a distribuire, promuovere e vendere musica sono sempre più spesso gli ingegneri informatici della Silicon Valley, non artisti e produttori, e dallo scollamento tra arte e tecnologia sta nascendo una crisi che è anche di contenuti. L’ultima generazione di creativi non è più interessata a fare musica, i suoi elementi migliori “hanno un lavoro vero”, come dice Dr. Dre, programmano app e sognano non di scrivere una grande hit, ma di inventare il nuovo iPhone. Si legge nell’articolo di Wired: “I teenager un tempo sognavano di diventare il prossimo Jimmy Page (il chitarrista dei Led Zeppelin, ndr); oggi sognano di diventare il prossimo Larry Page (il fondatore di Google)”.

 

[**Video_box_2**]C’è anche un problema di profitti, ovviamente, perché con la musica è difficilissimo guadagnare, e allora se bisogna scegliere tra diventare ingegneri e musicisti meglio essere entrambi. Iovine e Dre nel 2013 hanno donato 70 milioni di dollari all’Università della California per creare un’accademia che metta insieme musica e tecnologia, e che crei una nuova generazione di creativi capaci di innovare e guadagnare al tempo stesso, di “navigare nel mondo dell’industria musicale qualsiasi orizzonte abbiano davanti a loro”. Questo significa riunire i due mondi, ma anche trasformare i musicisti e i produttori in imprenditori. I musicisti devono padroneggiare l’informatica, il marketing e l’economia digitale, e devono trasformarsi in imprenditori di se stessi, capaci di preservare la musica da qualsiasi tracollo del mercato.

 

E’ una visione notevole, e utile in molti campi, che però fa tremare gli operatori tradizionali. Nel futuro della musica immaginato da Iovine e Dr. Dre, e nelle molte migliaia di battute dell’articolo di Wired, non c’è traccia delle case discografiche, e sembra quasi che sia proprio a questo che i musicisti e produttori tech sognati dalle due leggende siano in realtà addestrati a fare: sopravvivere al crollo dell’industria musicale tradizionale.

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