Incubo Konami

L’azienda di videogame è una specie di horror alla “Silent Hill”, ma qui siamo nella vita reale
Incubo Konami

Roma. Nel 1969 la Konami era un’azienda che affittava e riparava juke box e slot machine nella prefettura di Osaka. Il fondatore, Kagemasa Kozuki, oggi è il quarantaquattresimo uomo più ricco del Giappone e continua a essere il capo della Konami corporation, che nel frattempo è diventata la quinta azienda di videogiochi nel mondo. La Konami ha sfornato successi globali come “Pro Evolution Soccer” e “Metal Gear”, che sono giochi da console, e nel frattempo si è messa a produrre anche giocattoli, film, fumetti, e un franchising di palestre. Una conglomerata alla giapponese, un brand esportato in tutto il mondo. Ma, a quanto pare, non c’è niente di divertente nel lavorare lì.

 

Il declino è iniziato quest’anno. Perché quando esegui una scientifica damnatio memoriae di uno dei tuoi più famosi sviluppatori, e poi improvvisamente ti delisti dalla Borsa di New York, e se i pettegolezzi sui tuoi nuovi prodotti coinvolgono alcune star di Hollywood, è chiaro che la stampa inizia a starti con il fiato sul collo.

 

Tutto è iniziato quando il famoso regista Guillermo del Toro ha annunciato che il nuovo capitolo di “Silent Hill” (una famosissima saga di videogiochi horror) era stato cancellato. Del Toro avrebbe dovuto lavorare per un budget da colossal cinematografico insieme con l’attore di “The Walking Dead” Norman Reedus e con lo storico designer e sceneggiatore della Konami, Hideo Kojima. Il problema sarebbe tutto imputabile a lui: Kojima, uno degli autori dei più grandi successi della storia della Konami, avrebbe iniziato ad avere un rapporto complicato con i dirigenti dell’azienda. Perché in una conglomerata funziona così: tutti lavorano per il prestigio della casa, non certo per farsi un nome. E Kojima iniziava a diventare un po’ troppo famoso, un po’ troppo se stesso. Meglio fare tabula rasa. All’inizio d’agosto, Nikkei, il giornale finanziario nipponico più letto, ha pubblicato nella sua versione in lingua giapponese una lunghissima inchiesta in cui racconta le condizioni in cui i dipendenti sono costretti a lavorare alla Konami. Si tratta di una specie di lavaggio del cervello: i capi adottano una via di mezzo tra la motivazione carismatica e il terrorismo, dove ognuno deve dare il massimo con la massima devozione possibile.

 

[**Video_box_2**]Per esempio, chi fa tardi in sala mensa viene bersagliato da messaggi di pubblico ludibrio; in una società che ha nel formalismo lo scopo di una vita, sentirsi chiamare per nome dall’altoparlante, davanti a tutti, deve essere un incubo. Una divisione ufficiale chiamata “ufficio per il controllo interno” funziona come la Gestapo, controlla chi entra e chi esce (i dipendenti che escono durante l’orario di lavoro dall’edificio, anche solo per fumare una sigaretta, devono tibrare il cartellino e spiegare il perché), mentre un’altra divisione (il gruppo di monitoraggio) controlla h24 le telecamere interne piazzate pressoché ovunque. Ovviamente si monitora pure l’uso che si fa dei computer e di internet – compresi quelli di casa (si parla di screenshot diffusi via email a tutto lo staff). Se qualcuno non raggiunge i risultati richiesti, è costretto a pulire le palestre. Secondo alcuni dipendenti contattati da Kotaku, la consuetudine della Konami è “estrema” e “non è la norma in Giappone”. Non sono pochi i designer e sceneggiatori che sono dovuti scappare, come Akira Sakuma, ma su tutti gli altri, sui dipendenti meno famosi che non ce l’hanno fatta, la Konami tiene il massimo riserbo.

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