I due fronti e le mille ipocrisie della Silicon Valley sulla privacy

Tim Cook attacca i concorrenti che sfruttano i dati degli utenti e va alla guerra contro Google, ma Apple si dovrà adeguare. Analisi
I due fronti e le mille ipocrisie della Silicon Valley sulla privacy

Tim Cook, ceo di Apple (foto LaPresse)

Roma. Sintesi del messaggio: non lasciatevi ingannare: i colossi della Silicon Valley vogliono raggirarvi, vi offrono servizi gratuiti e in cambio si prendono i vostri dati personali, e li vendono per solo Dio sa quale intento di pubblicità. Questa settimana un nuovo campione della privacy si è erto a difesa dei diritti degli utenti di internet, e per questo ha ricevuto lunedì un premio dall’Electronic Privacy Information Center di Washington. Ha attaccato le compagnie della Silicon Valley, senza temere che le sue parole sapessero di ipocrisia, visto che venivano dal ceo della più grande compagnia tecnologica americana. Ma Tim Cook, ceo di Apple, sa che dentro alla Valley si stanno creando due schieramenti contrapposti sulla privacy, e che i suoi concorrenti partono svantaggiati. Il suo discorso, tenuto in videoconferenza a Washington, ha suscitato molto dibattito negli scorsi giorni, Cook non è nuovo alla difesa della tutela dei dati degli utenti, ma questa volta non si è limitato a difendere la privacy, ha attaccato, pur senza mai citarli, i suoi concorrenti e ha definito così i due grandi fronti che si sono formati nella Valley. 

 

Da un lato Apple, e per esempio Intel e in parte Microsoft, che ottengono la maggioranza dei loro guadagni dalla vendita di hardware o di software professionale. Dall’altra Google, Facebook, Twitter, Yahoo e tutti i social network, che offrono all’utente servizi gratuiti e in cambio conservano, per fini pubblicitari e di analisi, i suoi dati personali. Se il business di Apple è apparentemente lineare (realizziamo un prodotto, lo vendiamo), quello degli altri giganti di internet si presta a infinite polemiche, e Cook non ha esitato a sottolinearle tutte. “Vi parlo dalla Silicon Valley”, ha detto, “dove alcune delle compagnie più importanti e di successo (…) arraffano tutto quello che possono sapere su di voi e cercano di farci i soldi. Pensiamo che questo sia sbagliato. Non è questo il tipo di compagnia che Apple vuole diventare”. Cook ha attaccato indirettamente anche Google, che la settimana scorsa alla conferenza I/O ha presentato una gamma di nuovi prodotti per entrare ancora di più nelle vite degli utenti.

 

[**Video_box_2**]Ma all’analisi di Cook manca un pezzo. Per Apple quella di non sfruttare i dati degli utenti non è una scelta etica. Certamente il business della compagnia è orientato sull’hardware, ma Cook sa bene che sulla raccolta dei dati degli utenti si baseranno alcuni dei settori più promettenti di questo secolo, e che senza di essi molti degli stessi progetti di Apple risulterebbero inutili (l’intelligenza artificiale di Siri o la macchina senza autista attesa dagli analisti; la stessa facilità di utilizzo dei prodotti, uno degli orgogli di Apple). Apple ha provato a diventare un campione della raccolta dei dati, per esempio con la sua piattaforma di pubblicità personalizzata, iAd, che ha cercato di fare concorrenza ad AdSense di Google, ma finora ha fallito: il fatto è che in questo campo la concorrenza è molto più avanzata. Oggi i sistemi di intelligenza artificiale di Google sono inarrivabili per Cupertino, e le banche dati di Facebook sono un patrimonio a cui Apple non può aspirare. Per ora Apple, forte delle vendite stellari dei suoi iPhone e della capitalizzazione di mercato più grande della storia, può permettersi di trascurare la raccolta dei dati e dire “noi non siamo così”. Ma con i nuovi annunci previsti a giorni e tutti basati sui contenuti (un servizio di streaming musicale e forse televisivo, che ha bisogno delle informazioni degli utenti per diventare più personalizzato, efficiente e lucroso), Apple non potrà fare a meno di diventare sempre più affamata di dati. E i discorsi che fanno sognare i seguaci di Edward Snowden si diraderanno. It’s the economy, baby.

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