Google est veritas?

Storia dell’algoritmo relativista che risponde alla domanda di Pilato e decide che cosa è “vero” sul web. Qualche settimana fa il motore di ricerca web più famoso del mondo ha pubblicato uno studio fatto per risolvere il ben noto problema del rumore di fondo che inquina i risultati che otteniamo cercando informazioni.
Google est veritas?

Se invece che a Gesù Cristo, Pilato avesse chiesto ai ricercatori di Google: “Quid est veritas?”, si sarebbe sentito rispondere: “Un fatto riportato da una fonte secondo noi attendibile e facilmente trovabile grazie a un algoritmo”. Qualche settimana fa il motore di ricerca web più famoso del mondo ha pubblicato uno studio fatto per risolvere il ben noto problema del rumore di fondo che inquina i risultati che otteniamo cercando informazioni su qualsiasi argomento. Oggi Google segnala per prime le pagine più popolari, quelle più lette e cliccate, incurante del fatto che alcune di esse riportino fatti non verificati, fuorvianti o falsi. La soluzione proposta da alcuni ricercatori del gruppo di Mountain View (ma ancora non messa in pratica) sarebbe dunque quella di filtrare i risultati premiando quelli che dicono la verità.

 

Già, ma quale verità? L’esempio che fanno nel paper gli ingegneri di Google è inattaccabile: se a qualcuno venisse in mente di cercare la nazionalità del presidente Obama non dovrebbe più trovare link a vecchie polemiche sul suo presunto passaporto keniano, ma solo risultati che garantiscono il suo essere yankee. Il nuovo algoritmo misurerebbe la qualità delle pagine dai “fatti” in esse contenute, e non dai link o dai clic. Già, ma che cos’è un fatto? La nascita di Obama in terra americana certamente lo è, ma come la mettiamo con la scienza? Inevitabile pensare al clima, e alle note polemiche sull’origine umana del riscaldamento globale (tema non secondario, dato che sposta voti e soldi, e definisce le politiche economiche degli stati). Chris Mooney ha raccontato sul Washington Post di un dibattito andato in scena a Harvard tre anni fa tra esperti di comunicazione politica, scienziati e programmatori. Una delle domande ricorrenti era: “Come possiamo convincere la gente che il global warming è reale?”. Ora sappiamo con Nietzsche che “non esistono fatti, ma solo interpretazioni”, e sebbene l’assunto sia contestabile in assoluto, descrive perfettamente la fine che fanno certi fatti sul web.

 

[**Video_box_2**]Con quale criterio dunque si darebbe maggiore rilevanza a certe testate giornalistiche rispetto ad altre? Non solo: poiché gran parte dei fatti non sono scientificamente dimostrabili, appare curioso che possano essere invece inquadrati da un algoritmo che si basa su fonti come Wikipedia e i siti dei governi (le cui verità cambiano a seconda delle maggioranze). In scienza e medicina il concetto di verità è spesso labile, relativo, passeggero. Così se da una parte appare ovvio che siti internet in cui si sostiene che la Terra sia piatta non dovrebbero avere la stessa visibilità di quelli che danno per assodata la sua rotondità, la questione si fa più complessa nel caso del clima, dove la “verità” è basata per lo più su proiezioni fatte da modelli al computer e da un “consenso” dal sapore troppo democratico per apparire scientifico.  Non a caso i più preoccupati da questa innovazione (che al momento è solo uno studio) sono quelli che sul web fanno controinformazione scientifica su certi temi. Ieri uno dei più noti blog non allineati al pensiero unico sul clima, wattsupwiththat.com, riportava parecchi dati su come la fondazione di Page e Brin, i due fondatori di Google, da anni finanzi alcuni gruppi che sostengono tesi allarmistiche sul clima, e lo stesso faccia quella dell’Executive Chairman Eric Schmidt, che supporta economicamente associazioni di attivisti ambientali. Probabilmente perché riconoscono giusta – e vera – la loro causa.

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