Dimissioni, violenze e simpatie trumpiane. Così Uber prova a uscire dai guai

Perché andare in Borsa potrebbe essere dunque l’unico sistema per uscire da questa fase di malmostosità e rimettersi in riga

Dimissioni, violenze e simpatie trumpiane. Così Uber prova a uscire dai guai

Foto LaPresse

San Francisco. Uber ha solo sette anni ma sembra entrata in una classica crisi adolescenziale. Si è dimesso domenica il presidente, in quella che parrebbe la più classica delle tempeste perfette per l’aziendona di ride-sharing più odiata dai tassisti di tutto il mondo. Domenica infatti si è dimesso Jeff Jones, arrivato solo sei mesi fa, ex capo del marketing proveniente dalla grande distribuzione, in missione a San Francisco per risollevare la reputazione di Uber. Nelle ultime settimane se ne sono andati anche il responsabile del prodotto, Ed Baker, e Charlie Miller, proveniente da Twitter, uno dei manager più in vista nella divisione alta tecnologia e software dell’azienda di San Francisco. E per finire, il mese scorso era uscito di scena anche il responsabile dell’ingegneria Amit Singhal, accusato di molestie da una dipendente (ma quando lavorava in un’altra azienda, nello specifico Google). Quello delle molestie sessuali e di un ambiente troppo da caserma è solo uno dei problemi di Uber, costretta a mettere in piedi una task force per investigare su altri casi, composta tra gli altri da Arianna Huffington e dall’ex ministro della Giustizia di Obama, Eric Holder. Ci sono questioni materiali come il presunto furto di brevetti a Google – secondo l’accusa, Uber avrebbe rubato alcuni segreti industriali della tecnologia radar che guida le auto senza conducente (Google e Uber sono concorrenti in questo settore); e altre più culturali, in quella che pare anche una battaglia di pubbliche relazioni che ha come obiettivo quello di far fuori soprattutto il non molto urbano ceo della compagnia, Travis Kalanick. Famoso per i suoi modi spicci, Kalanick è accusato di aver maltrattato uno dei suoi autisti in un video (registrato dallo stesso autista) in cui in realtà non pare comportarsi particolarmente male.

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Il mese scorso poi l’azienda ha ammesso di aver costituito una specie di radar anti-concorrenza in Europa (dunque anche in Italia), assai ingegnoso: incrociando banche dati varie, Uber sapeva in anticipo se chi prenotava le sue macchine lavorava per i rivali o magari per la polizia (per esempio, rintracciando tra i big data se qualcuno con lo stesso cognome era iscritto a qualche dopolavoro delle forze dell’ordine). Infine, a Uber è rimasta incollata l’etichetta di azienda trumpista: Kalanick è stato (salvo poi dimettersi) tra i consiglieri tecnologici del presidente, e quando i taxi hanno scioperato appoggiando il ban anti islamico trumpista, goffamente Uber ha annunciato che non avrebbe alzato le sue tariffe (come fa di solito quando aumenta la domanda), cosa che è stata interpretata come crumiraggio. I concorrenti di Lyft ne hanno subito approfittato donando 1 milione di dollari ad associazioni per i diritti umani, e quel punto non c’è stato più niente da fare. Adesso Kalanick e la sua banda sembrano essere diventati il male assoluto, e c’è chi scommette sulle sue dimissioni, anche in vista del collocamento in Borsa dell’azienda valutata circa 70 miliardi. Si cerca da tempo un responsabile operativo da affiancargli, un coo (chief operating officer) in versione badante un po’ come Sheryl Sandberg a Facebook, col pur diverso e politicamente correttissimo ceo Mark Zuckerberg. Ma se si tratta di cultura aziendale Uber pare non avere molta voglia di cambiare. La settimana scorsa il Wall Street Journal ha riportato che l’azienda costringerebbe i propri guidatori ad ascoltare ogni giorno dei podcast che spiegano i motivi per cui non devono iscriversi ai sindacati.

 

Secondo il New York Times, andare in Borsa potrebbe essere dunque l’unico sistema per uscire da questa fase di malmostosità e rimettersi in riga. Il quotidiano cita uno dei principali investitori di Uber, e l’uomo considerato più vicino a Kalanick: il venture capitalist Bil Gurley, grande saggio di Silicon Valley. Secondo Gurley quella di rimanere private è una tendenza recente per le startup di Silicon Valley, tendenza che coincide con l'avere frotte di investitori pronti a riversare soldi nelle loro casse qualunque cosa facciano; compreso sperperare soldi per abbassare i prezzi e abbattere la concorrenza (l’accusa che l’autista del famoso video muoveva poi a Kalanick). Ma alla lunga è una strategia che non paga. Diventare pubbliche con un collocamento può essere invece il modo per cambiare, sottoponendosi al controllo sia degli azionisti che degli organi di controllo. Per uscire insomma dalla bolla dell’adolescenza, e diventare te adulte.

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