Tech and the city

Dopo la scappatella in Arizona, Uber torna a San Francisco (con i piloti)

Dopo la "trasferta" le auto senza autista rientrano in California, con una soluzione però molto all’italiana

Dopo la scappatella in Arizona, Uber torna a San Francisco (con i piloti)

(foto LaPresse)

San Francisco. Mentre a Roma si fanno le barricate contro Uber prima versione, quella antica con pilota addirittura in carne e ossa, a San Francisco sono finalmente tornate le auto senza autista, con una soluzione però molto all’italiana.

 

In questi giorni infatti a San Francisco, dove migliaia di uberisti guadagnano anche duemila dollari alla settimana e dove i rari taxi gialli sono ormai attrazione turistica, sono state avvistate cinque vetture di quelle con vistose attrezzature sul tetto del gruppo guidato da Travis Kalanick. Bentornate! Il mese scorso c’era stata infatti la diaspora dopo che il comune e la motorizzazione californiana avevano vietato la circolazione alle Volvo senza pilota di Uber: il comune aveva infatti ritirato le targhe all’azienda, accusata di violare il codice della strada. La società aveva sempre sostenuto di non necessitare di un permesso speciale, in quanto nelle macchine c’era un umano, che magari non guidava ma supervisionava il tutto (un po’ come nella metro C a Roma, metropolitana driverless ma con pilota sindacalizzato).

 

Per tutta risposta Uber aveva infilato le sue auto su un camion – ovviamente senza conducente – diretto in Arizona, stato che furbamente si candidava a diventare il primo driverless d’America. “Espanderemo là la nostra flotta senza pilota, siamo eccitati di avere il supporto del governatore Ducey”, aveva detto l’azienda. E al governatore Doug Ducey, repubblicano, non gli pareva vero di soffiare il business a San Francisco. “Se la California mette freni all’innovazione e al cambiamento con più burocrazia e più regolamentazioni, noi in Arizona vogliamo creare le condizioni per una nuova tecnologia e nuovi affari”, ha detto il politico, che l’anno scorso aveva firmato un ordine esecutivo (è di moda) che prevede la libera circolazione di auto autonome. “L’Arizona è il ground zero per l’innovazione, l’auto autonoma porterà ricadute positive su tutte le aziende”, diceva (Google intanto ha aperto un ufficio in Arizona proprio lo scorso ottobre). E contagiato dall’entusiasmo anche il sindaco di Phoenix ha messo le mani avanti dicendo che la città è eccitata di diventare “Uber-friendly”.

 

Però ora pare che la trasformazione dell’Arizona in distretto dell’auto senza pilota sembra già finita. Infatti le macchine Uber sono tornate a San Francisco, loro città natale, e questa volta con tutte le carte in regola. Pare infatti che le vetture siano destinate solo a “mappare” le strade e non a trasportare passeggeri. “Vengono guidate manualmente da umani e le tecnologie di guida autonoma sono disattivate” dice l’azienda. Sarà dunque molto difficile stabilire chi guida veramente, dato che i vigili dovrebbero cogliere sul fatto il pilota non-guidante nell’atto di guidare l’auto potenzialmente autonoma. Guiderà davvero o appoggerà solo le mani sul volante che si ruota da solo?

 

Uno scenario tra il “Vigile” e “Io e Caterina”, storia d’amore sempre di Alberto Sordi tra Roma e l’America, tra un umano e un robot. Intanto, “se Uber volesse riconsiderare le sue scelte, noi siamo disponibili”, è il messaggio di appeasement della motorizzazione californiana. Insomma, Uber torna, tutto è perdonato. La prossima spinosa questione però è già lì: riguarda la proposta fiscale di Bill Gates, ormai tipo Padoa-Schioppa di Silicon Valley. Il patron di Microsoft ha infatti suggerito nei giorni scorsi di tassare il lavoro dei robot, per non perdere gettito. La mozione Gates appassiona, qui. E ci si chiede quale sarà il prossimo passo: sarà magari iscrivere l’auto (ormai priva di pilota) alla Cgil.

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