Caffè al computer

Quello californiano fa schifo, gli italiani avrebbero grandi possibilità di fare business

caffè computer

Foto di Jared Scheel via Flickr

Dopo l’auto senza conducente arriva il caffè senza baristi. Ha aperto da due giorni infatti a San Francisco Café X, primo bar d’America e forse del mondo completamente computerizzato, con un robottino che serve cappuccini e “latte”. Si fa l’ordine su un iPad e il robottino bianco procede alle varie fasi, mette il caffè, lo pressa, versa il liquido nel classico bicchiere di carta e ve lo porge. Il nuovo bar privo di umani sorge nel complesso commerciale del Metreon, vicino al Moscone Center dove 10 anni fa venne lanciato il primo iPhone, ed è l’invenzione del ventitreenne di origini asiatiche Henri Hu, che ha abbandonato l’università per fondare la sua start up grazie alla borsa di studio della Thiel Foundation, quella che offre 100 mila dollari a chi abbandona la scuola per fondare la propria azienda, invenzione del guru Peter Thiel.

Il robottino è in grado di preparare 100 caffè l’ora, che non sono molti rispetto a un bar napoletano, ma qui a San Francisco sembrano tantissimi. Il caffè, alimento semplice e veloce, è stato sottoposto infatti qui a “nerdizzazione” totale; cartelli nei vari bar avvertono che “occorre molto tempo per fare un caffè di qualità”, e baristi con l’aria severa da cardiochirughi fanno ammuina attorno a tazze e tazzine, complicando inutilmente movimenti semplici, col risultato che oltre a creare file lunghissime la qualità si paga, in media 3 dollari per un caffè e 4 per un cappuccino.

 

E dunque, consigli di business ad aspiranti startuppari: non cimentatevi con le chatbot o gli algoritmi, investite sul caffè. La mattina orde di techies prima di salire sui loro pullmini diretti verso la Valle prendono lezioni di degustazione di arabica sulla Mission, strada iper-gentrificata dove fioriscono uno dopo l’altro “coffee-shop” che sono ormai piccoli imperi commerciali, fatturano più di tante startup blasonate, e vendono magliette e felpe e caffettiere brandizzate.

C’è Four Barrel, con enorme macchina tostatrice in funzione, e sommelier-baristi; c’è Blue Bottle, il più grande di tutti, ventisei punti vendita, tra cui il Giappone, appena ottenuti 120 milioni di dollari da investitori come Morgan Stanley Investment Management, GV (Google Ventures), il cofounder di Twitter Evan Williams, e quello di WordPress Matt Mullenweg. Adesso punta a espandersi sulla costa Est. C’è l’altro marchio iperfighetto, Ritual, con logo bianco e rosso, che ha appena annunciato un accordo con la startup specializzata in marijuana Somatik per una linea di caffè freddo a base di Thc.

 
Tutte queste catene sono nate come l’anti-Starbucks, considerato il McDonald’s del caffè, e offrono miscela naturalmente “organic”, “local”, vegana e ogm-free e baristi riflessivi e macchine del caffè vecchiotte che mandano in visibilio plotoni di geek col loro computerino. Pochi italiani hanno fiutato il business, pochi cavalcano la nuova corsa alla caffeina; solo Illy sta aprendo nuovi punti vendita. Eppure sarebbe una miniera d’oro: anche perché, computerizzato o umano, vegan o macchiato, il caffè californiano fa comunque schifo: forse per la particolare tostatura minima, che vede il chicco di caffè ancora verde, forse per l’acqua delle falde californiane (e infatti, poi, molti siliconvallici ti confessano di andare, per un caffè decente, di nascosto proprio dal nemico del popolo Starbucks, con la stessa segretezza con cui ti dicono di aver votato Trump).

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