Nella guerra tra la California e Uber a vincere è l’Arizona, nuova terra promessa dell’innovazione

La stratup paradossalmente potrebbe scappare dalla Silicon Valley dove è nata e ha prosperato per aderire alla repubblicana e old economy Arizona

uber

(foto LaPresse)

San Francisco. Il camion arrivò: e non scese nessuno. Il 2017 dovrebbe essere un grande anno per le “élite costiere”, come le chiama il presidente eletto Donald Trump, cioè le aziendone della costa Ovest che producono manifatture non legate al tondino e al transistor ma “esperienze” futuribili e come si vuole disruptive. Una tra le più interessanti è certamente Uber, che però paradossalmente potrebbe scappare dalla Silicon Valley dove è nata e ha prosperato per aderire alla repubblicana e old economy Arizona. Il comune di San Francisco, infatti, uno dei più riflessivi d’America, ha dichiarato guerra alle auto senza conducente della startup californiana; sembravano le solite scaramucce tra il gruppo guidato dal ruspante Travis Kalanick, che non è proprio ligio alle regole, e il comune del sindaco Edwin M. Lee; in generale San Francisco, già capitalina della controcultura, della beat generation, della Summer of Love, non vede di buon occhio startuppari altrove molto invidiati; i pullman che si recano in Silicon Valley danno fastidio perché inquinano, Mark Zuckerberg è generalmente considerato un arricchito in ciabatte, un Ricucci dell’algoritmo, Amazon è il male assoluto che affama i poveri librai. Adesso però lo spirito sanfranciscano, tendenza Cgil, ha vinto la sua prima vera battaglia contro Silicon Valley: quella contro l’auto autonoma. Il 14 dicembre infatti una piccola flotta di Volvo equipaggiate con i radar in grado di evitare auto e passanti aveva cominciato a circolare per le strade di San Francisco (il gruppo di San Francisco punta sulla guida autonoma ritenendo che l’eliminazione dei piloti abbasserà ulteriormente le tariffe e impatterà direttamente sugli usi urbani, non essendo più conveniente comprare una vettura tradizionale).

Ma solo una settimana dopo il comune ha ritirato le targhe all’azienda, che ha sempre sostenuto di non necessitare di un permesso speciale, in quanto nelle macchine c’era un umano, che magari non guidava ma supervisionava il tutto. Il comune però ha ritirato le targhe e per tutta risposta Uber ha infilato le sue auto su un camion bisarca diretto in Arizona. “Espanderemo là la nostra flotta senza pilota, siamo eccitati di avere il supporto del governatore Ducey” ha detto l’azienda. Al governatore Doug Ducey, repubblicano, non gli pare infatti vero di avere Uber. “Se la California mette freni all’innovazione e al cambiamento con più burocrazia e più regolamentazioni, noi in Arizona vogliamo creare le condizioni per una nuova tecnologia e nuovi affari”, ha detto il politico, che l’anno scorso aveva firmato un ordine esecutivo che prevede la libera circolazione di auto autonome. Così, attirata dall’ambiente non ostile anche Google si sposta in Arizona, terra promessa del pilota mancante. Ducey il 15 dicembre scorso ha avuto il suo battesimo autonomo alla non-guida di un’auto senza pilota Google, e scendendone aveva dichiarato soddisfatto che “l’Arizona è il ground zero per l’innovazione, l’auto autonoma è una manna per i disabili e porterà ricadute positive su tutte le aziende” (Google ha aperto un ufficio in Arizona proprio lo scorso ottobre). Intanto non è ancora chiaro in quale città del suo stato si svolgerà la sperimentazione Uber: il sindaco di Phoenix ha messo le mani avanti dicendo che la città è eccitata di diventare “uber-friendly”. Intanto il camion si è fermato sotto il palazzo del governo nella capitale Phoenix, dove è stato accolto con tutti gli onori dal governatore e dalle autorità, anche se non si capisce esattamente come si sia svolta la cerimonia, dato che il veicolo fa parte della flotta “Otto”, quella a guida autonoma recentemente rilevata da Uber.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi