Gigi Meroni non è morto

Piero Vietti

Il 15 ottobre del 1967 il talento più puro e inafferrabile del calcio italiano venne travolto da un'automobile mentre attraversava un corso nel centro di Torino.

"La tragedia non è morire, ma dimenticare"
(Museo del Grande Torino)

 

Il 15 ottobre del 1967 il talento più puro e inafferrabile del calcio italiano venne travolto da un'automobile mentre attraversava un corso nel centro di Torino. Il suo corpo, sfigurato, venne portato di corsa all'ospedale. Poche ore dopo un medico uscì dal pronto soccorso e – senza dire niente – allargò le braccia trattenendo le lacrime. Luigi "Gigi" Meroni era morto.

 

L'urlo di Cristiana, compagna e promessa sposa di Gigi, rimbomba ancora oggi nelle orecchie di chi quella notte era in quel pronto soccorso a sperare contro ogni speranza. Alla camera ardente sfilarono centinaia di persone, inconsolabile il suo compagno di squadra e amico Nestor Combin, incredulo Poletti, soltanto urtato dalla stessa auto che aveva travolto Meroni. Ai funerali c'era quasi tutta la città, e c'eravamo anche tutti noi tifosi del Toro che ancora non c'eravamo. Un pianto unico, grandissimo e orgoglioso. Perché quella che per un tifoso di qualsiasi altra squadra sarebbe sfiga, per un granata fu una tragedia che rafforzò un popolo.

 

Gigi Meroni è nato di nuovo quel 15 ottobre del 1967 per non morire mai più nella memoria di chi vuole bene a quella maglia. Imprendibile, geniale e pazzesco, Meroni giocava con il 7 sulla schiena, i calzettoni abbassati, la maglia fuori dai pantaloncini, i capelli lunghi e la barba. Dipingeva quadri e disegnava vestiti, girava con una gallina al guinzaglio e si divertiva a intervistare i passanti chiedendo loro cosa ne pensavano di Gigi Meroni, sicuro che in quella società non ancora rintronata dalle televisioni difficilmente lo avrebbero riconosciuto.

 

C'è un gol che dice tutto di Meroni. Lo segnò all'Inter, a San Siro. I nerazzurri non perdevano in casa da mesi, e la notte prima Meroni era stato sveglio fino all'alba, sotto la pioggia, a discutere con Cristiana. Quando la mattina dopo il suo compagno di stanza Natalino Fossati gli chiese come avrebbe fatto a trovare le forze per giocare dopo una nottata insonne Meroni sorrise: "Vedrai oggi che cosa ti combino", rispose. Quando stoppò quel pallone dentro l'area, tutti pensarono che avrebbe perso l'equilibrio. Gli chiudeva lo specchio della porta un certo Facchetti, non uno qualsiasi. Gigi barcollò, un metro fuori dall'area piccola, vicino all'angolo sinistro. Face due passi indietro, e poi lasciò partire un pallonetto di destro che superò Facchetti e andò a infilarsi nell'angolino di destra. Il portiere dell'Inter si limitò a guardare. Una parabola che non si poteva spiegare, eppure vera. Come la sua vita.

 

Non è possibile raccontare Meroni in poche righe. Quando nell'estate del 1967 stava per passare alla Juventus i tifosi del Torino scesero in piazza a protestare, e gli operai della Fiat con il cuore granata cominciarono a boicottare la catena di montaggio: erano i giorni in cui veniva lanciata la nuova 128, e tutte uscivano dalla fabbrica senza dei pezzi, oppure rigate, e con un volantino sul cruscotto: "Agnelli, giù le mani dal Torino". Si dice che fu lo stesso presidente del Toro, Orfeo Pianelli, a organizzare segretamente la protesta: le sue aziende lavoravano per l'indotto Fiat, e lui non avrebbe potuto rifiutare un'offerta di Agnelli per un suo giocatore. "Per fortuna sono finito sulla sponda giusta di Torino", aveva detto Gigi qualche anno prima, appena giunto al Toro. E ci rimase.

 

Quel 15 ottobre del 1967 i granata vinsero 4-2 in casa contro la Sampdoria. Combin segnò tre gol, e scherzando diceva che avrebbe dovuto tenersene qualcuno per il derby della domenica successiva. "Al derby ne farai altri tre", gli disse Gigi. Poche ore dopo Meroni se ne andò per sempre, unendo le tragedie passate e future del Torino: l'uomo al volante dell'auto che lo uccise sarebbe diventato presidente del Torino trent'anni dopo, contribuendo al fallimento della società nel 2006; il pilota dell'aereo che trasportava il Grande Torino e si schiantò sulla collina di Superga nel 1949 si chiamava Luigi Meroni.

L'ultima foto di Meroni da vivo, la maglia granata addosso, è una profezia: il Torino ha appena battuto la Sampdoria, ma lui lascia il campo a capo chino, gli occhi tristi a guardare qualcosa che nessuno in quell'istante poteva afferrare.

 

Sette giorni dopo si giocò il derby in un clima surreale: lo stadio, commosso e impietrito, era un solo cuore granata gonfio di lacrime. La Juventus non riuscì nemmeno a reagire. Combin fece tre gol, come gli aveva detto Gigi sette giorni prima. Il quarto gol lo segnò una giovane riserva, Alberto Carelli, che quel giorno indossava la maglia numero 7. Dopo il gol, gli occhi pieni di pianto, alzò il pallone verso il cielo, per l'ultimo saluto a Gigi. Quando morì, Meroni aveva 24 anni. Li ha ancora. Per sempre.

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  • Piero Vietti
  • Torinese, è al Foglio dal 2007. Prima di inventarsi e curare l’inserto settimanale sportivo ha scritto (e ancora scrive) un po’ di tutto e ha seguito lo sviluppo digitale del giornale. Parafrasando José Mourinho, pensa che chi sa solo di sport non sa niente di sport. Sposato, ha tre figli. Non ha scritto nemmeno un libro.