Paradigma Spal, calcio, provincia e lavoro

Il fallimento del 2012 non è stato la fine di tutto. È stato la fine di qualcosa che non funzionava. E un'occasione per ripartire in maniera diversa

Paradigma Spal, calcio, provincia e lavoro

La Spal festeggia la promozione in Serie A (foto LaPresse)

Roma. Il fallimento non è la fine di tutto. E’ la fine di qualcosa che non funziona e un’occasione per ripartire in maniera diversa. Per la Spal, la Società Polisportiva Ars et Labor, il fallimento è stato una rinascita, che ha raggiunto il culmine domenica scorsa con un tiro a giro al 94° di Luca Rizzo: 3 a 2 sull’Udinese dell’ex Luigi Delneri e ritorno alla vittoria in serie A. Alla squadra di Ferrara l’ultima volta era successo quarantanove anni prima, contro l’Atalanta nel 1968, l’anno della retrocessione in serie B. La vittoria al Paolo Mazza, lo stadio intitolato al presidente che ha fatto grande la Spal portando il club alla storica finale di Coppa Italia del 1962, è stata una giornata particolare per la città, inimmaginabile solo qualche anno fa.

 

Nel 2012, dopo una lunga serie di gestioni sportive e finanziarie discutibili, che prima hanno seguito le fortune e i rovesci della CoopCostruttori, e poi diverse proprietà poco interessate alla parte sportiva e molto più a interessi collaterali, la Spal fallisce. E’ costretta a ripartire dai dilettanti. Ma l’amministrazione, per salvare un pezzo storico della città, contatta una famiglia di imprenditori locali già impegnati nel calcio, i Colombarini, che avevano fatto miracoli con una squadra della provincia, la Giacomense, portandola in serie C2. “Quando il sindaco ci ha chiesto di venire a Ferrara – ha detto a Rivista Undici Walter Mattioli, attuale presidente della Spal e storico collaboratore della famiglia Colombarini – abbiamo avvertito un misto di tensione, per quello che lasciavamo, e di felicità nel venire a gestire la nostra amata Spal. Ci abbiamo messo un attimo a decidere”. La Giacomense si trasforma in Spal e riparte con una proprietà che mette i soldi ma senza buttarli, un paio di manager fidati e competenti come il presidente Mattioli e il direttore sportivo Davide Vagnati, e in quattro anni fa un triplo salto dalla lega Pro alla serie A. Senza mai partire da favorita, portando fino alla massima serie giocatori pescati tra i Dilettanti, come Manuel Lazzari, 23 anni, autore del secondo gol nella vittoria contro l’Udinese e uomo simbolo della squadra sin dai tempi della Giacomense.

 

La fortuna della Spal, come detto, sono i Colombarini e il modello di successo della squadra è lo stesso dell’azienda di famiglia, la Vetroresina Spa. E’ una media impresa che produce laminati in poliestere rinforzati con fibra di vetro, fa circa 50 milioni di fatturato ed è in utile di 2,5 milioni. Il capostipite, Francesco Colombarini, la fondò negli anni 60 nella fornace del paese: ora ha oltre 100 dipendenti, due stabilimenti all’estero (uno negli Stati Uniti e l’altro in Brasile) ed esporta il 75 per cento della produzione in tutto il mondo. Una piccola impresa, rispetto ai giganti con cui compete e collabora, ma capace di stare al passo con i concorrenti e l’innovazione tecnologica. Stesso modello applicato alla Spal, che ha uno dei budget più bassi della serie A (non era alto neppure in serie B): gestione oculata e valorizzazione dei giovani. Un esempio simile, non molto lontano, a cui probabilmente si saranno ispirati, è il Sassuolo di Giorgio Squinzi, anche se Mapei ha una potenza finanziaria molto più grande della Vetroresina.

 

Non sono mancate in questo inizio di stagione le polemiche da parte di alcuni tifosi per l’aumento dei biglietti, dovuto anche alla necessità di investimenti per ampliare il piccolo stadio (passato da 8.500 a 12 mila posti). La proprietà già adesso tiene in piedi i conti ancora in rosso della società, ma il patron Colombarini ha messo le cose in chiaro: “L’ultima cosa che accadrà al mondo è mettere in pericolo la Vetroresina per la Spal”. Fallire può fare anche bene, ma solo se serve a evitare gli errori del passato.

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