Il modello vincente del Napoli di De Laurentiis

La società di calcio, che ragiona e sgobba come un imprenditore del Nordest, funziona

Maurizio Crippa

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Il modello vincente del Napoli di De Laurentiis

Aurelio De Laurentiis e Lorenzo Insigne (foto LaPresse)

Due foto per delimitare il campo di gioco. Una. Un buontempone di Twitter posta ieri la foto del ragazzo di Tiananmen che ferma da solo i carri armati: “Pechino un tifoso dell’#Inter protesta contro il governo cinese per il blocco degli investimenti a #Suning”. Due. Sul sito Spazionapoli.it uno striscione apparso in città contro Aurelio De Laurentiis: “Buffone e prepotente, Napoli è della gente”. Lo sfottò interista colpisce nel segno. Milano è ricca e globalizzata, il calcio-business è passato nelle floride mani cinesi. Però il padrone sta a Nanchino, e la sponda bauscia è a stecchetto come un club di seconda fascia. Lo striscione di Napoli, invece, è semplicemente assurdo. Napoli, nel conto economico, non vale Milano. Dal punto di vista dell’organizzazione generale, neanche. E a dirla tutta, anche mettendo a confronto le figurine dei sindaci e di certuni magistrati, Milano è messa meglio. Ma il calcio. Il calcio, oggi come oggi, no. Il Napoli S.S.C. è un fior di squadra, gioca il miglior calcio, ha campioni magnifici, un allenatore esteticamente impresentabile ma di rara bravura. Puntano in alto, come ai tempi di Maradona. In più è una società solida, con i conti in ordine. Ha chiuso il calciomercato con 3,75 milioni di perdita: un bruscolino. Secondo il sito Calcioefinanza.it il prossimo bilancio della società chiuderà a 307 milioni di euro, raddoppiando quasi l’esercizio precedente chiuso a 155 milioni. A fronte dello sprofondo delle altre big il Napoli, che fattura molto meno, ha i conti praticamente in ordine. A vincere lo scudetto i napoletani si divertirebbero di più, ma sappiano che con i conti in rosso, poi al massimo arrivano i cinesi.

 

Il merito di tutto questo è del padrone del vapore, Aurelio De Laurentiis. Quello cui, paradossalmente, una frangia di napoletani dà di “buffone e prepotente”. Non serve presentarlo. Produttore cinematografico di cotanta stirpe, outspoken e overdressed, padronale e antipatico, il che per altri significa avere carattere. Uno che vuole dare lustro alla città e goderne il riflesso, ma senza rovinarsi. E invece interessante è domandarsi se il Napoli di ADL sia una casualità, o un modello. E bisogna dire che sì, è un caso di scuola. Come ha fatto ADL a portare il Napoli fin qui?

 

Ad esempio lo scorso anno, sfidando a camicia aperta l’odio dell’intera città, ha venduto Higuaín alla Juve per 90 milioni. A tutt’oggi ci ha guadagnato lui. Nelle scorse settimane il suo portierone comprato al discount, Pepe Reina, voleva andarsene al Psg. Lui ha risposto che ha ancora un anno di contratto, e a casa sua i contratti si rispettano. Pepe ha fatto un po’ di sceneggiata napoletana, alla fine s’è detto orgoglioso di restare. Aumenti non ne concede, o molto malvolentieri. Più che con un cinematografaro sembra un armatore di baleniere. Tenere la briglia stretta e la panchina corta, a rischio di far schiattare la squadra (è quel che gli rimproverano i tifosi) è la sua filosofia. ADL è un modello anomalo, per Napoli. Perché ragiona e agisce come un imprenditore del Nordest: sgobbare, produrre, rigare dritto, i soldi non si buttano, con le banche non ci si indebita. E capitemi bene, ragazzi: gli straordinari non si pagano. In una città che ha sempre fatto dello splendore e del talento i suoi punti di forza, ma anche il suo modello dis-organizzativo e il suo limite imprenditoriale, il Napoli gestito come un’azienda padana è un bel modello. Se il resto della città, invece di chiagnere, facesse come lui.

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