Il tramonto di una generazione di (presunti) fenomeni

Iniziano gli Europei di basket. Negli ultimi 10 anni l'Italia, nonostante Bargnani, Belinelli e Gallinari in Nba, ha raccolto solo briciole. Ecco a cosa può puntare la Nazionale di Ettore Messina

Il tramonto di una generazione di (presunti) fenomeni

Da sinistra Hackett, Gallinari (che non sarà agli Europei), Belinelli, Abass e Cusin (foto LaPresse)

“Questa è la Nazionale più forte di sempre”, dichiarò nel 2015, alla vigilia dei dei campionati europei, il presidente della FIP Gianni Petrucci. Una frase adatta più ad un forum online di tifosi invasati che a un comunicato stampa istituzionale. Oggi, a due anni di distanza e con un altro Europeo alle porte (si inizia giovedì 31, a Tel Aviv, con Italia-Israele), quelle parole arrembanti e vanagloriose spiegano in maniera icastica le ragioni del fallimento del movimento cestistico italiano. Di un movimento intero, attenzione, e non di una generazione di presunti fenomeni ormai al crepuscolo. Petrucci, come tanti addetti ai lavori, giornalisti e semplici appassionati, si è illuso per un decennio ormai abbondante che aver sfornato contemporaneamente tre giocatori di prima fascia NBA (Marco Belinelli, Danilo Gallinari e Andrea Bargnani) potesse non solo arginare un declino per altri versi già ampiamente visibile, ma addirittura proiettare la Nazionale italiana nell’Olimpo del basket continentale e, perché no, mondiale.

 

I risultati, purtroppo, sono stati impietosi. Fuori ai gironi all’Europeo 2007 (c’erano Bargnani e Belinelli, non ancora Gallinari), addirittura non qualificati nel 2009 dopo essere stati umiliati dalla Francia negli spareggi, ancora eliminati alla prima fase nel 2011 (con le tre stelle tutte presenti), beffati da una Lituania con diversi assenti ai quarti di finale nel 2015, incapaci persino di vincere il torneo pre-olimpico organizzato in pompa magna a Torino nel 2016, dovendo così rinunciare al sogno a cinque cerchi. Unico sprazzo di luce, paradossalmente, l’Europeo 2013, con Gallinari e Bargnani ai box per infortunio, il solo Belinelli arruolato, ma una squadra tutta grinta e attributi che dominò il suo girone per poi arrendersi più che dignitosamente alla bestia nera Lituania nei quarti.

 

Se seguite il basket occasionalmente, e non andate oltre gli highlights delle partite NBA, questa retrospettiva potrebbe sorprendervi. Ma come, ci si chiede, l’Italia non aveva mai mandato tre giocatori oltreoceano nello stesso periodo (per due anni addirittura quattro, con Luigi Datome), possibile che non siamo riusciti a strappare nemmeno una medaglia? Il senso di smarrimento monta se si pensa che i tre ex enfants prodiges hanno avuto e in alcuni casi ancora hanno, negli States, ruoli di assoluti protagonisti. Andrea Bargnani è stato il primo europeo chiamato al numero 1 del draft, il sistema con cui le squadre NBA reclutano nei loro organici i giovani usciti dal college e gli stranieri più promettenti. Un evento storico, che ha caricato il “Mago” di aspettative spropositate e che gli si è presto ritorto contro. Giudicato spesso troppo molle, troppo pigro in difesa, troppo poco grintoso a rimbalzo, aspramente criticato persino dal coach Zen dei Bulls di Micheal Jordan e dei Lakers di Bryant, la leggenda Phil Jackson, questo airone romano uscito dal vivaio della Stella Azzurra ha comunque viaggiato a una media di quasi 20 punti a partita in molte delle sue stagioni americane.

 

Nella lega statunitense ha però, lentamente ma inesorabilmente, perso posizioni e minutaggio, fino a optare per il ritorno in Europa lo scorso anno. Ora, dopo un’esperienza poco fortunata in Spagna e alcuni mesi di inattività, è malinconicamente alla ricerca di una sistemazione che ben difficilmente sarà in un top club, forse nemmeno del campionato italiano, e ha rinunciato agli Europei nel tentativo di ritrovare una condizione fisica accettabile e forse anche se stesso. Eppure parliamo di un 2.15 che tira come una guardia, uno scorer purissimo che difatti in Nazionale il suo importante contributo non l’ha quasi mai fatto mancare.

 

Danilo Gallinari in NBA ha sfiorato addirittura l’All Star Game, ha appena ottenuto un contratto triennale da 65 milioni di dollari complessivi ai Los Angeles Clippers, fa parte di quella cerchia di giocatori che nella lega americana sono subito dietro le superstar, è stato negli ultimi anni la prima opzione offensiva della sua ex franchigia, i Denver Nuggets. A questo Europeo non ci sarà, perché nella fase di preparazione, in un’amichevole insignificante contro l’Olanda, ha pensato bene di sferrare un pugno al volto di un avversario dopo un normale bisticcio sotto canestro, fratturandosi però lui stesso la mano (“ha preso una nasata al pugno”, direbbe Woody Allen) E che dire di Belinelli? Un titolo conquistato con i San Antonio Spurs nel 2014, vincitore della gara del tiro da 3 all’All Star Game lo stesso anno, giocatore solido e specialista apprezzato da grandi coach come Greg Popovich.

 

Perché allora la montagna ha partorito il topolino? Perché questi tre giocatori, fenomenali o comunque straordinariamente dotati dal punto di vista individuale, hanno fatto da foglia di fico ad un movimento sempre più povero di interpreti, di idee, di risorse. Il campionato italiano rappresenta ormai la periferia del basket continentale, ed è la cartina di tornasole impietosa di una penuria di talenti autoctoni con pochi precedenti nella storia di questo sport. Poco più di 10 anni fa il derby di Bologna si giocava non solo in campionato, ma anche alle Final Four di Eurolega, la Benetton Treviso faceva tremare le big del continente. Ha resistito la Mens Sana Siena, per alcune stagioni, ancora capace di lottare ai massimi livelli internazionali, ma nel cui roster i giocatori italiani erano già poco più che comprimari. Parliamo di squadre andate tutte fallite (e successivamente rifondate), in un contesto che vede sparire una media di 2-3 piazze storiche all’anno, i cui picchi sono affidati a qualche sparuto mecenate come Giorgio Armani. Con le conseguenze inevitabili in termini di calo si spettatori, di interesse, di passione, un progressivo svuotamento dei settori giovanili, il tutto condito da regole discutibili e contraddittorie sul numero minimo di italiani da schierare nei vari campionati.

 

Tornando alla Nazionale, nelle competizioni che li hanno visti protagonisti tutti assieme, la presenza di Belinelli, Gallinari e Bargani, paradossalmente, ha avuto l’effetto di inaridire il gioco dell’Italia, invece di spingere anche i compagni meno dotati ad andare oltre i propri limiti. Poca circolazione di palla, poca voglia di sacrificarsi in difesa, tanti isolamenti, uno contro uno, proprio come nelle partite della NBA, tutti fermi ad aspettare che le superstar salvassero la patria. Ma il basket europeo non funziona così, qui trionfano le Nazionali capaci, nel corso degli anni, di imparare a giocare assieme, a mordere in difesa, nonché quelle che, tout simplement, sanno tirare fuori anche giocatori non fenomenali ma di primo livello europeo, capaci di supportare adeguatamente le stelle. In Italia, purtroppo, da oltre un decennio non si vede un playmaker con visione di gioco, imprevedibilità, o un centro di stazza e mani educate. Parliamo dei ruoli più importanti, l’asse su cui si costruiscono le fortune di qualsiasi squadra, e questa Italia, infarcita soltanto di guardie e di ali, deve penare fino all’inverosimile per costruire un’azione offensiva corale, si regge su iniziative estemporanee perché, in un certo senso, non ha i mezzi e gli interpreti per fare diversamente.

 

La miopia e la disarmante ingenuità della frase di Petrucci la si coglie anche riflettendo su come il basket sia cambiato negli ultimi 2-3 lustri. Prima di Belinelli, Gallinari, Bargnani e Datome, gli unici italiani a giocare in NBA erano stati Vincenzo Esposito, “El Diablo”, una stagione e qualche lampo di classe pura ai Toronto Raptors, e Stefano Rusconi, qualche cammeo e tanta panchina ai Phoenix Suns, entrambi nel ’95-‘96. Ma erano appunto altri tempi, allora l’NBA era la frontiera quasi irraggiungibile di una pallacanestro pre-globale, non si era ancora aperta all’ondata di giocatori stranieri. Oggi i roster delle franchigie americane sono zeppi di europei, asiatici, sudamericani, tutte le più importanti Nazionali hanno loro rappresentanti da quelle parti. Basterebbe questo per capire che i nostri tre campioni sono il prodotto non solo di una fortunata congiunzione astrale, ma anche della naturale evoluzione dei tempi. E allora, se i fenomeni sono merce diffusa, la differenza non la fanno più i fenomeni, ma la capacità di creare fondamenta solide, di andare oltre quello scarno bacino di 10-12 giocatori presentabili a cui l’Italia è costretta ad attingere da tanto, troppo tempo.

 

Chi pensa che questa siccità rappresenti un difetto strutturale e non congiunturale della nostra pallacanestro, si sbaglia di grosso. I fallimenti dell’ultimo decennio non rendono infatti giustizia ad una storia, quella della Nazionale, che presa complessivamente la pone ancora di diritto nell’élite del basket continentale.

Due campionati europei vinti, nel 1983 a Nantes e nel 1999 a Parigi, altre 8 volte sul podio, due medaglie d’argento alle Olimpiadi, 8 complessive (con tre ori) ai Giochi del Mediterraneo, 36 partecipazioni a Eurobasket, 12 alle Olimpiadi e 8 ai Mondiali. Unione Sovietica e Jugoslavia a parte, in Europa solo la Spagna può vantare un palmares migliore, e in gran parte per effetto dei risultati degli ultimi anni.

 

Che la Nazionale dell’ultimo decennio non si sia avvicinata nemmeno lontanamente ad essere quella più forte di tutti i tempi, può essere dimostrato agevolmente andandosi a spulciare i roster di Azzurra del passato. Senza bisogno di ricorrere alle edizioni degli Europei ’83 e ’99, quelle vinte, è sufficiente ridare un’occhiata alla squadra che, nel 1991, perse la finale di Eurobasket a Roma contro la Jugoslavia: Fantozzi, Gentile, Magnifico, Dell’Agnello, Gracis, Brunamonti, Premier, Pittis, Riva, Pessina, Costa, Rusconi. Una sfilata di campioni, protagonisti a livello internazionale coi rispettivi club, talento distribuito in tutti i ruoli, mentre oggi, oltrepassata la soglia dei di quei 6-7 giocatori in grado di competere a certi livelli, bisogna aggrapparsi alla foga agonistica del naturalizzato Christian Burns, andare a pescare nel ruolo di secondo play l’italoargentino Ariel Filloy, all’esordio in Nazionale a 30 anni compiuti, spremere come limoni le risorse di onesti mestieranti come Paul Biligha, n e Andrea Cinciarini, nella speranza che possano andare oltre i propri limiti e dare un contributo alla causa.

 

E allora paradossalmente, ribaltando il senso delle parole di Petrucci, forse proprio adesso che il re è nudo, con il solo Belinelli a fare da stella e i vari Aradori, Datome, Melli, Hackett e Cusin a costituire l’ossatura della squadra, questo gruppo potrebbe produrre finalmente uno scatto d’orgoglio, ritrovare la capacità di sacrificarsi costruendo le vittorie soprattutto in difesa, consapevole che i salvatori della patria, se mai ci sono stati, si sono auto-estromessi in vari modi rinunciando all’ultima occasione per non essere ricordati come una generazione perdente.

 

Non è detto che l’operazione non possa riuscire: oltre al già citato caso dell’Europeo 2013, l’ultima Nazionale a portare a casa delle medaglie fu quella del 2003 (bronzo ai campionati europei in Svezia) e del 2004 (argento alle Olimpiadi di Atene). Le analogie col gruppo di oggi non mancano: squadra modesta, reduce dall’abbandono del nucleo che aveva portato alla vittoria dell’Europeo ’99. Ci si trovava all’inizio della parabola discendente, ma per due anni la capacità di giocare insieme e di difendere alla morte del team di Carlo Recalcati, simile all’Italia calcistica di Conte per povertà di talento e disciplina tecnico-tattica, consentì di raggiungere risultati impensabili. Certo, c’era un’asse play-pivot di tutto rispetto, proprio quello che manca drammaticamente oggi, con Gianmarco Pozzecco e Massimo Bulleri (e all’occorrenza Gianluca Basile), Denis Marconato e Roberto Chiacig, ultimi grandi interpreti che si ricordino di questi ruoli.

 

Il girone di quest’anno è tutt’altro che proibitivo (Israele, Georgia, Ucraina, Germania e Lituania), dagli ottavi in poi il livello si alzerà ma tante squadre sono piene di assenze, e questa Italia potrebbe anche recitare il ruolo di outsider.

Comunque dovesse andare, urge al più presto una rifondazione dal basso. I nostri fenomeni sono sulla soglia o oltre i 30 anni, e non potranno più funzionare da specchietto per le allodole. Da novembre iniziano le qualificazioni ai Mondiali 2019, che per la prima volta si giocheranno durante la stagione, come nel calcio, e a cui non prenderanno parte i giocatori della NBA e quelli dell’Eurolega. Questo significa che a fare la differenza sarà la base allargata delle varie Nazionali, che si qualificherà chi è in grado di attingere ad un bacino ampio di giocatori di livello internazionale almeno accettabile. Anche in questo caso il sorteggio ha sorriso all’Italia, che potrebbe quindi riuscire a strappare il pass e a mascherare ancora lo stato di malessere dell’intero movimento. Ci si augura che, almeno stavolta, tutto questo non inneschi trionfalismi da bar, e che in Federazione si faccia finalmente un salutare bagno di umiltà. Ma probabilmente non si tratta che di una pia illusione.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi